Come impugnare il licenziamento, la sentenza della Cassazione

Interruzione del lavoro ingiusta? Ecco come impugnare il licenziamento e far valere i propri diritti.

Qualora un lavoratore subisca un licenziamento non giustificato, egli ha il diritto di impugnare il licenziamento. È importante capire quali siano i requisiti essenziali che consentono al licenziamento di essere considerato valido e quali siano le opzioni a disposizione del lavoratore per agire senza dover ricorrere alla giustizia, ad esempio attraverso la richiesta di reintegrazione o di indennità sostitutiva.

Diritto di licenziamento del datore di lavoro

Prima impugnare il licenziamento è bene che il lavoratore conosca ciò che regola il rapporto di lavoro tra il datore e il suo dipendente. Il datore di lavoro ha il diritto di licenziare un suo dipendente in ogni momento, ma deve rispettare alcune condizioni, tra cui la forma scritta e la motivazione. La motivazione determina il tipo di licenziamento, che può essere giusta causa, giustificato motivo soggettivo o giustificato motivo oggettivo.

Il licenziamento per giusta causa avviene quando il rapporto di fiducia tra le parti viene meno a causa di una trasgressione o un inadempimento del lavoratore. Il licenziamento per giustificato motivo soggettivo si riferisce ai comportamenti colpevoli o negligenti del dipendente, ma il rapporto di lavoro cessa alla fine del periodo di preavviso.

Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo riguarda ragioni di natura tecnica o organizzativa dell’azienda, come l’esternalizzazione di un servizio o la contrazione del fatturato. La mancanza dell’atto scritto rende nullo il licenziamento verbale e, pertanto, non può porre fine al rapporto di lavoro (Cass. Civ., n. 10968/2018).

Inoltre, in caso di licenziamento orale, il lavoratore non è tenuto a rispettare il termine di 60 giorni per impugnare il licenziamento (Cass. Civ., n. 10547/2016). L’unico termine da rispettare è quello prescrizionale ordinario (Cass. Civ., n. 24874/2019). È compito del datore di lavoro dimostrare che il licenziamento ha tutti i requisiti necessari, incluso quello di forma.

Secondo una recente sentenza (n. 26532/2022) della Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, la prova della forma scritta non può essere fornita tramite testimoni; quindi, in assenza di un documento scritto (o di prova dell’incolpevole smarrimento), l’intimazione è nulla per mancanza della forma obbligatoria ex lege.

Il termine per impugnare il licenziamento: 60 giorni dalla comunicazione scritta del datore di lavoro

Il lavoratore deve manifestare la sua intenzione di impugnare il licenziamento entro 60 giorni dalla comunicazione scritta del datore di lavoro. Questa richiesta può essere fatta attraverso un atto scritto o mediante l’intervento dell’organizzazione sindacale. Se il lavoratore non rispetta questo termine, il provvedimento di licenziamento diventa definitivo e non può più essere impugnato.

È importante che la comunicazione sia fatta in modo da garantire la prova della tempestività, ad esempio attraverso una raccomandata con ricevuta di ritorno. Anche se la lettera di impugnazione viene inviata tramite servizio postale, il termine di 60 giorni non viene influenzato dalla data di ricezione dell’azienda, ma solo dalla data di spedizione del lavoratore.

Diritti del lavoratore nel caso di licenziamento: procedura, termini e revoca

Il lavoratore deve impugnare il licenziamento per iscritto entro 180 giorni dalla presentazione della contestazione e non dalla ricezione della stessa da parte del datore di lavoro. Se non rispetta il termine, la contestazione sarà inefficace. Il lavoratore può depositare un ricorso giudiziale o richiedere una conciliazione o un arbitrato tramite l’Ispettorato del Lavoro di zona, o secondo le procedure previste dal CCNL applicato al rapporto. Per questo è importante che il datore dia il preavviso e rispetti le norme che disciplinano il lavoro.

Se la procedura richiesta dal lavoratore viene rifiutata o non si raggiunge un accordo, il ricorso giudiziale deve essere presentato entro e non oltre 60 giorni dal rifiuto o mancato accordo. Se la procedura conciliativa ha esito negativo, ogni termine decadenziale è sospeso per l’intera durata della procedura e per i 20 giorni successivi. Se il lavoratore impugna il licenziamento prima del sessantesimo giorno, il termine per il deposito del ricorso decorre dalla spedizione dell’atto di impugnazione.

La legge permette al datore di lavoro di revocare il licenziamento entro 15 giorni dall’impugnazione del lavoratore. Se la revoca avviene dopo l’impugnazione, il rapporto di lavoro viene ripristinato senza soluzione di continuità e il lavoratore ha diritto alla retribuzione maturata nel periodo precedente. Se la revoca avviene prima dell’impugnazione, gli effetti ripristinatori si realizzano solo se il lavoratore accetta, altrimenti egli potrà impugnare l’atto espulsivo.

Luana La Camera
Luana La Camera
SEO Copywriter, classe 1986.Vivo nella città di Cosenza, in Calabria. Laureata in Scienze Politiche presso l’Università della Calabria, sono appassionata di scrittura. A febbraio 2022 ho pubblicato “La Carta che non si ricicla” con la casa editrice 4 Punte Edizioni. Si tratta di un piccolo manuale dedicato ai principi fondamentali dello Stato italiano. Inoltre sono ideatrice del corso “Diritto costituzionale da zero” presente sulla piattaforma di Udemy. Collaboro con professionisti dell’ambito giuridico nella realizzazione di testi per siti web.
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