Il conto corrente cointestato è un’abitudine di molte famiglie. Attenzione però a non abusare della fiducia del coniuge, perché soprattutto in caso di disaccordi gravi potrebbe portare ad essere accusati di avere commesso un reato appropriandosi in modo indebito di qualcosa che apparteneva per metà a un’altra persona.

Le conseguenze potrebbero essere anche piuttosto costose anche in termini fiscali, oltre che di risarcimento danni. Il coniuge, poco accorto o che magari pensava di riuscire a fare il furbo potrebbe infatti diventare debitore oltre che della sua metà anche di Agenzia delle Entrate.

Lo ha deciso la Corte di Cassazione, con una recente sentenza che ha visto tra i due litiganti una persona che aveva appunto prelevato del denaro da un conto cointestato e dall’altra parte l’Agenzia delle Entrate.

Che cose c'entra il fisco con una questione che sembra di rilevanza solo privata, o che al limite può coinvolgere il diritto civile nel caso ci siano contenziosi per avere la restituzione del maltolto? C’entra perché le tasse vanno pagate su tutti i redditi e i patrimoni.

Con questa sentenza è stato ribadito il principio che si deve avere la correttezza di non abusare del denaro o di quant’altro si detiene in comune con altri, ma anche quello che non solo le entrate ottenute in modo lecito, ma anche quelle che sono arrivate nelle nostre tasche in modo poco chiaro o corretto devono essere condivise con il fisco.

Che cosa è un conto corrente cointestato

Si tratta di un conto corrente, che ha tutte le caratteristiche di un classico conto, aperto in banca o in posta. Come tutti sanno questo contratto prevede che i nostri soldi siano conservati dalla banca, che ci offre anche servizi accessori come quelli legati alla possibilità di fare prelievi, di traferire e ricevere somme di denaro in modo digitale, pagare bollette

L’unica differenza tra il conto classico e il cointestato è che viene aperto a nome non di una sola persona, ma di due o più soggetti, che dovranno fornire i propri dati al momento dell’apertura e la firma in originale. Ogni banca, offre servizi leggermente diversi, ma due sono le principali tipologie di conto.

Il conto può essere a firma disgiunta quando ognuno degli intestatari può compiere le operazioni, intese sia come versamenti che come prelievi, in autonomia senza che si presentino in banca anche gli altri intestatari.

Nel caso di conto a firma congiunta, invece le operazioni possono essere fatte solo con la presenza e la firma di tutti gli aventi diritto.

Quello a firma disgiunta molto spesso è scelto dalle coppie sposate, che con questo mezzo gestiscono in modo pratico e veloce tutte le spese ordinarie della famiglia, potendolo utilizzare per i piccoli prelievi delle spese correnti, o usandolo come appoggio per i pagamenti delle utenze. In genere entrambi vi versano lo stipendio.

La seconda opzione, invece viene in genere utilizzata nei casi in cui non ci sia così tanta fiducia nell’altro cointestatario, o tra coeredi dove si preferisce essere informati prima che qualsiasi operazione possa essere fatta.

Perché un conto corrente cointestato è finito in tribunale

La vicenda finita in Corte di Cassazione è iniziata dal punto di vista giurisdizionale con la sentenza emanata dalla commissione tributaria della Toscana che con la decisine dl 4 arile 2019 ha riformato, cioè modificato, la decisione che sulla questione aveva preso in primo grado la commissione di Prato, e che era a favore del ricorrente.

In secondo grado sono state invece accolte le motivazioni di Agenzia delle Entrate che sosteneva che su una somma entrata in modo illecito nelle mani della controparte dovessero essere pagate le tasse a titolo di provento illecito.

Nello specifico l’uomo aveva fatto un prelievo sul conto cointestato con la moglie, senza avvertirla né prima, né immediatamente dopo. Il prelievo, poi era stato fatto a ridosso di un deposito fatto dalla donna di una cifra che solo lei aveva contribuito a produrre.

La questione del contendere era se questa somma derivasse da un atto illecito: quello di sottrare qualcosa ad altri, o se invece come sosteneva il marito fosse da considerare solo come l’accedere a una somma che implicitamente gli era stata donata.

Un versamento su conto corrente cointestato non è un atto di liberalità

Nel caso specifico la corte non ha avuto problemi ad individuare quale fosse l’effettiva volontà della donna. È bastato esaminare la denuncia che ha fatto contro il marito per escludere che ci si trovasse nell’ipotesi di una donazione. Ma anche se così non fosse stato la suprema corte ha spiegato che non è così semplice sostenere che si si trovi in un’ipotesi di donazione implicita.

I giudici precisano che fare un versamento sul conto cointestato, significa solo che si vogliono depositare dei soldi, ma null’altro si deve presumere o dedurre. In particolare non si può dare per scontato che si tratti di una liberalità, o di un dono.

Perché così sia è necessario che ci sia una dichiarazione espressa, o quantomeno che al momento in cui il cointestatario sia informato della volontà di fare un prelievo, non ci siano obiezioni.

Perché si possa parlare di una donazione indiretta nei casi che come in questo ci si trovi davanti a un conto corrente cointestato con firma e possibilità di prelievo disgiunto, secondo la Corte di Cassazione che lo ha ribadito tra le altre, con la sentenza numero 26983 del 2008,

è necessario che ci sia il cosiddetto animus donandi.

Si intende con questo termine la prova certa che chi abbia fatto il versamento avesse effettivamente l’intenzione di fare una donazione all’altro cointestatario. Difficile dimostrarlo, nei casi dove non solo il presunto donatore lo neghi, ma porti anche la controparte in tribunale per avere la restituzione del suo denaro.

Neppure il fatto che in seguito le due parti avessero stipulato dei contratti di investimento mobiliare, collegati al conto corrente cointestato, può da solo essere prova sufficiente che l’intento fosse quello di fare una liberalità a favore del coniuge.

Prelievo lecito sul conto corrente cointestato in caso di donazione

Il primo punto sollevato dal resistente è stato che i giudici di appello abbiano applicato in modo errato la normativa in materia. La ragione sarebbe che in quel caso specifico non si sia trattato di un’appropriazione indebita, ma di qualcosa di legittimo. 

Il giudice sarebbe infatti caduto in errore escludendo a priori che in questa ipotesi ci si trovi in un caso di donazione, della cifra versata sul conto corrente cointestato da parte della moglie. Donazione che secondo la tesi portata a difesa sarebbe indiretta e riguarderebbe in modo implicito la metà della somma versata. 

In effetti in caso di donazione le cose stanno così e chi ha ricevuto il dono può prelevare quanto gli spetta senza darne comunicazione, perché è già stato autorizzato in modo implicito.

Abuso del conto corrente cointestato certificato con una sentenza

Il fatto che non si trattasse di una donazione è stato dimostrato da Agenzia delle Entrate portando tra le prove anche copia di una sentenza passata in giudicato con cui il resistente era stato condannato a risarcire i danni per l’indebito prelievo sul conto corrente cointestato.

Neppure il fatto che da questa sentenza si evinca che di fatto alla somma prelevata in modo fraudolento sia stata restituita e, con l’aggiunta dei danni, e che quindi non possa essere considerata come un reddito che abbia integrato gli altri del contribuente è stata sufficiente ad escludere che su quella somma potesse mettere le mani il fisco,

Sulle somme illecitamente prelevate dal conto corrente cointestato si pagano le tasse

La Corte di Cassazione con l’ordinanza 25684 del 22 settembre 2021 ha stabilito

i proventi che derivino da fatti illeciti, quindi anche quelli intascati con un prelievo fraudolento sul conto corrente cointestato sono soggetti a tassazione. Lo sono anche se il contribuente è stato condannato alla restituzione.

Quindi se le attività illecite producono un reddito, o un guadagno, possono essere prese di mira dal fisco. Quello che conta è il fatto che siano state nelle mani di chi se ne è impossessato. Non costituisce motivo di esenzione né il fatto di avere restituito in modo volontario o a seguito di una sentenza il maltolto e nemmeno il fatto che a quella somma si siano aggiunti anche i danni.

La sentenza della Corte di Cassazione numero 7511 del 5 giugno 2020 a questo proposito aveva già fissato il principio che

la tassazione è dovuta ed è legittima anche nel caso chi abbia commesso il fatto illecito, non avesse l’intenzione di continuare a detenere per sé il frutto del proprio reato.

Il solo fatto di impossessarsi di denaro altrui, in questo caso prelevandolo dal conto cointestato senza permesso, a senza neppure preavvertire in anticipo il cointestatario è sufficiente a lasciare campo libero ad Agenzia delle Entrate per applicare la tassazione dovuta in quel caso. Non hanno valore e non vengono valutate come scusanti i fatti successivi: per esempio il ripensamento e la decisone di restituire la somma intascata.

Perché gli abusi sul conto corrente cointestato sono tassati

Nel nostro ordinamento esiste una norma: l’articolo 14 della legge 573 del 1993 che

prevede che siano tassati anche i proventi illeciti, o provenienti da attività illegittime. La norma non distingue tra l’ipotesi che questi proventi siano già stati tassati in capo alla vittima del reato e quella in cui non lo siano.

Quindi anche quanto un reddito derivi da un’attività che non sia legittima è sottoposto a tassazione,  e in più vi è l’obbligo di inviare, da parte di chi la rilevi, un esposto alle autorità competenti a perseguire i fatti punibili. Non conta  che su quella cifra siano già state pagate, e in modo regolare, le tasse da parte della vittima. 

Il solo fatto di essere entrati in possesso in modo illegittimo di somme presenti su un conto corrente cointestato, presuppone che ci si trovi di fronte a un reddito imponibile, cioè assoggettabile a tassazione.