Dimissioni per giusta causa: tutto su preavviso e NASpI

Con le dimissioni per giusta causa un dipendente recede dal contratto di lavoro senza preavviso e per gravi ragioni, ad esempio motivi personali o per mancato pagamento dello stipendio. Si ha diritto alla NASpI e il datore di lavoro può rifiutare le dimissioni? Ecco cosa sapere.

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Quando si parla di dimissioni per giusta causa si intende la volontà del lavoratore di recedere dal contratto di lavoro per scelta personale e non del datore.

Ciò avviene nei casi in cui l'azienda adotti dei comportamenti che rendono impossibile continuare il rapporto lavorativo, per questo le dimissioni per giusta causa sono senza preavviso. 

Tipici esempi di dimissioni per giusta causa sono quelli dovuti a demansionamento, mancato rispetto delle norme sanitarie o mancato pagamento dello stipendio o della tredicesima a dicembre. 

A differenza di quanto accade nelle altre tipologie di dimissioni volontarie, in quelle per giusta causa si conserva il diritto alla NASpI, ovvero all'assegno di disoccupazione. Tuttavia bisogna rispettare le condizioni stabilite dalla normativa nazionale.

Riguardo alle regole e alle conseguenze delle dimissioni è facile fare confusione. Per questo abbiamo raccolto i dubbi più comuni in una guida completa sulle dimissioni per giusta causa, con tanti esempi pratici e come comportarsi in caso di rifiuto del datore!

Dimissioni per giusta causa: serve il preavviso?

Cosa sono esattamente le dimissioni per giusta causa? Quando sono necessarie e che dice la legge sul preavviso? Non tutti sono a conoscenza delle regole di diritto di lavoro sulle dimissioni, per questo è perfettamente lecito avere dei dubbi al riguardo.

Procediamo con ordine. Per dimissioni si intende la volontà del dipendente di recedere dal contratto di lavoro, per licenziamento, invece, la cessazione del rapporto per volontà del datore. 

Per questo motivo dal punto di vista formale e giuridico è scorretto dire “mi licenzio” mentre sarebbe più corretto esclamare “mi dimetto!”.

Tra le tipologia di dimissioni rientrano anche le dimissioni per giusta causa che, come si intuisce dal nome, sono quelle causate da situazioni gravi che rendono impossibile o troppo gravoso proseguire il rapporto lavorativo. 

Cosa sono e come funzionano le dimissioni per giusta causa è indicato nel Codice civile all'articolo 2119 (Recesso per giusta causa): 

“Ciascuno dei contraenti puo' recedere dal contratto prima della scadenza del termine, se il contratto e' a tempo determinato, o senza preavviso, se il contratto e' a tempo indeterminato, qualora si verifichi una causa che  non  consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto.”

Dunque alle dimissioni per giusta causa non si applica il preavviso normalmente richiesto dai CCNL di categoria, sia che si tratti di lavoratore con contratto determinato che indeterminato. 

Esempi di dimissioni per giusta causa

Il metodo più efficace per capire le ragioni che giustificano le dimissioni per giusta causa è fare degli esempi.

Abbiamo anticipato che affinché il lavoratore possa dimettersi per giusta causa senza preavviso devono esserci motivazioni serie e gravi. Ma quali sono esattamente?

La vita quotidiana offre molti spunti di riflessione e, in base allo specifico ambito di lavoro, esempi e casi di comportamenti scorretti da parte del datore sono davvero i più disparati. 

Ecco un elenco non esaustivo di esempi di dimissioni per giusta causa:

  • per mancato rispetto delle norme di sicurezza nei luoghi di lavoro;
  • demansionamento;
  • mobbing;
  • trasferimento della sede aziendale;
  • molestie sessuali;
  • reiterato mancato pagamento di stipendio, tredicesima o quattordicesima;
  • comportamenti discriminatori basati su sesso, orientamento politico, religioso o etnia.

Se il datore di lavoro pone in essere una delle condotte sopra elencate (e altre di pari gravità) il dipendente può comunicare le proprie dimissioni immediatamente.

Per farlo deve seguire lo stesso procedimento previsto per le dimissioni ordinarie:

  • rivolgendosi a patronati, CAF abilitati e consulenti del lavoro che eseguono la procedura online supportando l’interessato. 

Per maggiori dettagli ed esempi di dimissioni per giusta causa qui di seguito un utile video di Radio UCI.

Dopo quanti stipendi non pagati si possono dare le dimissioni per giusta causa?

Tra i motivi più comuni che spingono un dipendente a dare le dimissioni per giusta causa senza preavviso c’è il mancato pagamento dello stipendio o delle mensilità aggiuntive previste nel CCNL.

Attenzione però perché un solo stipendio non pagato non basta a giustificare le dimissioni!

In più occasioni la Giurisprudenza ha confermato che il mancato versamento deve riguardare almeno due stipendi consecutivi. Quindi il ritardo deve essere di due mesi o più. 

Per dimostrare la giusta causa è utile conservare eventuali diffide, raccomandate a/r ed email da cui si evince il ritardo e la richiesta di pagamento da parte del dipendente e del suo avvocato. 

Dimissioni per giusta causa per motivi personali

Le dimissioni per giusta causa si possono certamente dare per motivi personali. Difatti manifestano l’impossibilità del lavoratore di proseguire normalmente il rapporto lavorativo.

Vuol dire che, a causa delle particolari condizioni che si sono venute a creare, il dipendente non è più in grado di lavorare normalmente.  

Per motivi personali si deve intendere, ad esempio, il fatto di aver subito offese gravi e discriminatorie o condotte di mobbing che hanno provocato depressione o altre patologie (purché certificate dal medico).

Dimissioni per giusta causa e NASpI

Le dimissioni volontarie per giusta causa danno diritto alla NASpI? Questo è uno dei dubbi più comuni tra coloro che intendono recedere dal contratto di lavoro, quindi è opportuno fare chiarezza.

La regola generale vuole che la NASpI spetti soltanto a chi ha perso involontariamente il lavoro - quindi a chi viene licenziato - e non a chi si dimette volontariamente. 

Tuttavia riguardo alle dimissioni per giusta causa esiste una eccezione: l’INPS riconosce anche in questo caso il diritto alla NASpI, ovvero un aiuto economico erogato mensilmente a sostegno di coloro che sono disoccupati non per loro scelta.

Per ottenere l’assegno mensile bisogna presentare una domanda esclusivamente online sul portale INPS dedicato alla Nuova Assicurazione Sociale per l'impiego

La domanda può essere inviata al sistema soltanto dopo la presentazione delle dimissioni per giusta causa e accedendo tramite pin, SPID o Carta d'identità elettronica.

Oltre alla NASpI, colui che si dimette per giusta causa da un contratto di lavoro a tempo indeterminato ha diritto alla “indennità sostitutiva di preavviso”. Si tratta di una somma che corrisponde a quanto avrebbe normalmente percepito se avesse rispettato il preavviso previsto dal contratto.

Invece, se a dare le dimissioni per giusta causa è un dipendente con contratto a termine, egli non ha diritto all'indennità sostitutiva di preavviso ma ad una somma a titolo di risarcimento danni

Il datore deve corrispondergli un importo pari alla somma delle retribuzioni mensili alle quali il dipendente avrebbe avuto diritto se il rapporto di lavoro non si fosse interrotto in anticipo.

Il datore può rifiutare le dimissioni per giusta causa?

A questo punto molti si domanderanno che succede se il datore di lavoro rifiuti, e quindi neghi, le dimissioni per giusta causa. Può farlo? E cosa dice la legge al riguardo?

É opportuna una premessa: il datore di lavoro non può in nessun caso rifiutare le dimissioni volontarie del dipendente ma può contestare la giusta causa.

Così facendo egli intende dimostrare che le dimissioni non sono state causate da un suo comportamento illegittimo e, di conseguenza, negare la NASpI e l'indennità sostitutiva di preavviso al dipendente. 

Quindi il datore non può in alcun modo rifiutare le dimissioni presentate online invece può adire le vie legali e chiedere al giudice di negare la sussistenza della “giusta causa”. 

La decisione sarà presa nella aule di tribunale in base agli elementi dichiarati da entrambe le parti - datore e dipendente - e soprattutto analizzando le prove in possesso.

A tal proposito è fondamentale conservare email, diffide, reclami, messaggi e raccogliere testimonianze di altri dipendenti. 

Dimissioni per giusta causa e convalida dell’Ispettorato del lavoro

Le dimissioni volontarie, anche quelle per giusta causa, in alcuni casi devono essere convalidate da parte dell’Ispettorato del lavoro.

Significa, in breve, che alcune particolari categorie di lavoratori hanno l'obbligo di presentare un modulo presso l’ufficio territoriale dell'Ispettorato del lavoro nel quale manifestare la volontà di recedere dal rapporto. 

Nel modulo da scaricare e compilare il dipendente deve indicare:

  • dati anagrafici (quindi nome, cognome, indirizzo di residenza/domicilio, codice fiscale);
  • numero di telefono ed indirizzo email;
  • estremi di un documento di riconoscimento in corso di validità;
  • indicare la tipologia di contratto (determinato o indeterminato);
  • dichiarare la volontà di dimettersi per giusta causa.

All’interno sono inoltre indicati una serie di motivazioni che il lavoratore deve barrare per giustificare le proprie dimissioni; ne sono un esempio la negazione ingiustificata del passaggio da full-time a part-time, il trasferimento della sede aziendale, lo spostamento a mansioni inferiori, la negazione degli istituti normativi a sostegno della genitorialità ed altri ancora. 

Al modulo bisogna allegare la fotocopia del documento di identità (non necessariamente autenticata) e la lettera dove risultano le dimissioni per giusta causa datata e firmata.

Quali lavoratori devono convalidare le dimissioni presso l'Ispettorato del lavoro?

Questa disciplina è riservata ai dipendenti che si trovano in un periodo definito per legge “protetto”, cioè le lavoratrici in gravidanza e i lavoratori padri e madri durante i primi 3 anni di vita del figlio.

Il motivo è presto detto: per tutelare la prole e il dirtto a conciliare il lavoro con la vita famialire, la legge pone le dimissioni volontarie sotto una speciale lente di ingrandimento.

L'obiettivo è eliminare i fattori che ostacolano la genitoritià dei lavoratori e della lavoratrici. Per questo, oltre alle dimissioni online, è richiesto un passaggio ulteriore presso l'Ispettorato del lavoro.