Dopo la conversione del decreto legge del governo Draghi, che ha istituito il green pass per tutti i lavoratori a partire dal 15 ottobre, da parte del Parlamento, il nuovo sistema di accesso agli uffici e alle fabbriche è definitivo.

A questo punto, dopo che i ricorsi hanno avuto poco successo, mentre altri aspettano di essere valutati, iniziano a diffondersi gli espedienti per continuare a lavorare pur senza adeguarsi alla legge.

Une delle prime idee è stata semplice e immediata: ricorrere allo smart working, almeno per chi svolge delle funzioni che possano essere tranquillamente portate a termine anche tra le mura domestiche. Magari in questo modo traendo anche qualche vantaggio dalla situazione, potendo risparmiare il tempo degli spostamenti e i costi della benzina o dei mezzi pubblici. 

In realtà probabilmente le cose non saranno rese così semplici a chi ha deciso di fare resistenza al certificato vaccinale. La linea del Governo è quella di escludere la possibilità che ci sia una riorganizzazione del lavoro per favorire chi abbia deciso di non dotarsi della certificazione verde. 

Esclusione di cui ha parlato in modo esplicito e da subito il Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, per quanto riguarda la pubblica amministrazione. L’estensione riguarderà lo smart working, che continuerà ad esistere per chi già ne usufruisca, ma non è considerato un’alternativa o un rifugio per chi sia privo di certificato vaccinale.

Che cosa è lo smart working

Smart working è un termine che in italiano può essere reso con lavoro agile. Si tratta dello stesso lavoro che in genere viene svolto in un ufficio, ma fatto in una postazione non fissa: teoricamente ovunque e in posti ogni volta diversi.

Nella maggior parte dei casi, ma non necessariamente viene svolto all’interno delle mura di casa, spesso anche in nazioni diverse da quella dove c’è la sede dell’azienda.

Possono convertisti a questo tipo di lavoro solo quelli, ovviamente, che hanno mansioni che grazie all’ausilio della tecnologia possono essere fatte anche lontano dalla sede dell’azienda.

Dal punto di vista contrattuale è uguale alle attività che si svolgono in presenza, con gli stessi diritti dal punto di vista previdenziale e assistenziale e in linea di massima prevede lo stesso stipendio.

Possono cambiare alcune voci della busta paga, con riferimento per esempio ai rimborsi di alcune spese come per esempio quelle del riscaldamento, dell’elettricità o dell’abbonamento a servizi di telefonia o di wi-fi. 

Quando si è diffuso lo smart working

Introdotto in Italia dal 2016 con una legge che lo ha regolamentato per la prima volta, di fatto fino allo scorso anno ha avuto scarsa applicazione. Da un lato per una questione di tipo culturale, vista la fatica ad adeguarsi a un sistema di questo tipo.

Sia per il lavoratore che si sarebbe dovuto riorganizzare. Sia per il datore di lavoro diffidente verso un sistema che rendeva difficile un controllo sul modo in cui effettivamente il lavoratore impiegava le ore di lavoro.

A seguito della pandemia, ha avuto una massiccia diffusione, tanto che molti oggi, quando si parla soprattutto nella pubblica amministrazione di tornare ai contratti di tipo classico c’è un’analoga resistenza a tornare al passato. Resistenza che si è acuita da parte di quelli che avvicinandosi il 15 ottobre stanno pensando al modo in cui evitare di dotarsi di green pass.

Un modo tra quelli ipotizzati è proprio quello di trasferire l’ufficio in casa, almeno fino al 31 dicembre, data che per il momento è quella fino a quando sarà in vigore lo stato di emergenza da pandemia.

Green pass e smart working Pa 

Per la pubblica amministrazione è già stato deciso, prima ancora che si parlasse di green pass per tutti una consistente riduzione dello smart working, che dovrebbe arrivare ad un massimo del 15%.

Le ragioni derivano da motivi di organizzazione dettati soprattutto dalla necessità di non continuare a causare disagi agli utenti che spesso hanno la necessità di recarsi negli uffici perché si trovano in difficoltà nell’interfacciarsi a distanza con l’ufficio.

Ma il punto non è solo quello di non tornare indietro a una situazione determinata solo dallo stato di emergenza. Come è stato sottolineato dal Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, un’alternativa di questo tipo, costituirebbe un ingiusto favoritismo nei confronti di questi lavoratori.

Tra l’altro questo vanificherebbe lo scopo della certificazione verde che è stata istituita con lo scopo di incoraggiare la vaccinazione, visto che il Governo per il momento non vuole decidersi per una legge che lo renda obbligatorio per tutti.

Obbligo del green pass per chi

Per tutti i lavoratori vi è l’obbligo di esibire il green pass, al momento dell’accesso sul luogo di lavoro, sia che si tratti di lavoratori dipendenti, autonomi, domestici. Lo stesso obbligo vale anche per chi sia stato assunto da aziende esterne o che forniscono servizi.

Il controllo à fatto anche a campione al momento dell’ingresso, o durante il lavoro ed eventualmente all’uscita. Con eventualmente la deroga di doverlo mostrare non oltre 48 ore prima dell’inizio del turno nel caso si tratti di lavori di pubblica necessità, o per i quali è necessaria una organizzazione in anticipo. 

Lo stabilisce l’articolo 3 del Dl 139 dell’8 ottobre 2021 secondo il quale

in caso di richiesta da parte del datore di lavoro e solo quando ci siano delle necessità particolari legate all’organizzazione del lavoro è possibile dare in anticipo conferma del possesso del green pass.

Quando obbligo green pass per chi è in smart working

Come dichiarato dal Ministro Brunetta e poi riportato nel Decreto del Presidente del Consiglio che ha regolamentato la materia

non è possibile in alcun modo stabilire chi destinare smart working solo sulla base del possesso o no del green pass. Questo sarebbe un modo grave per eludere il disposto della legge. 

Chi invece già si trovi in smart working in teoria non è obbligato a dotarsi del green pass, visto che lavorando da casa nessuno lo controlla, tra l’altro non ci sono le necessità di tipo sanitario che impongono la certificazione verde nel caso n cui ci si trovi per ore in un ambiente chiuso con altre persone, oppure si abbia il contatto con gli utenti.

Diversa situazione sarebbe quella in cui per esempio il lavoratore decida di non lavorare de casa, ma per esempio collegandosi al wi-fi di una biblioteca o di un locale pubblico. In quel caso il certificato verde gli sarebbe chiesto non in quanto lavoratore ma in quanto utente del luogo al chiuso dove si trattiene.

Altra ipotesi in cui anche i lavoratori agili dovranno essere in possesso del green pass è quello in cui ci sia la necessità di recarsi anche solo per poche ore sul posto di lavoro. In quell’ipotesi essere privo della certificazione comporterebbe, come per tutti gli altri essere considerato come assente ingiustificato.

Perché lo smart working è consentito senza green pass

Le ragioni sono che il green pass è stato introdotto per tenere sotto controllo la diffusione della pandemia, che ha vita facile in ambienti che siano affollati, caldi o umidi e dove con l’avvicinarsi dell’inverno non sia possibile arieggiare in modo costante e prolungato.

Chi non abbia il green pass, se non ha la necessità di entrare in contatto con altri, non ha ragioni di tipo sanitario per essere escluso dal lavoro, visto che tra l’atro non è espressamente escluso dalla legge. La legge, però lo ricordiamo esclude che il lavoro agile sia una scelta fatta per eludere le regole

Con un messaggio diffuso in tempo di pandemia: il numero 3653 dell’ottobre del 2020 l’INPS ha precisato che anche chi si trovi in quarantena fiduciaria e svolge delle mansioni a distanza può continuare a lavorare.

Se non si trovi in condizioni fisiche tali da impedirgli di svolgere le proprie mansioni. non ci sono ragioni perché in questo periodo debba beneficiare dei contributi che l’ente eroga a titolo di malattia.

Per esteso sembrerebbe che se vale la regola che chi sia in quarantena non arrechi ad altri danni lavorando in modalità agile, non dovrebbe arrecarne neppure chi sia privo di green pass.

Lavoratori in forma individuale, e green pass

Altra ipotesi è quella di chi non sia un dipendente, ma una partita IVA, o comunque un lavoratore autonomo in forma individuale. In questa ipotesi va distinto il caso di chi lavori da casa propria o da un ufficio da solo, che in teoria potrebbe essere privo di green pass, perché allo stesso modo di chi lavori in smart working non rischia di contagiare nessuno.

Nell’ipotesi però, in cui avesse per esempio qualcuno che passa a pulire l’ufficio durante la sua presenza le cose assumerebbero una sfumatura diversa, e lo stesso sarebbe per esempio se periodicamente si dovese recare presso clienti per fare delle consegne. 

Nel caso invece il lavoratore individuale avesse dei clienti o degli utenti che frequentassero il suo studio o laboratorio, il possesso del green pass sembra obbligatorio.

Sanzioni per chi non ha il green pass

Le sanzioni applicabili per chi sia senza green pass sono previste dalla legge 127 del 2021 e

consistono nell’allontanamento dal luogo dove si dovrebbe svolgere la prestazione. In quel caso il lavoratore viene considerato come assente ingiustificato, e sarà privato dello stipendio o di qualsiasi altro emolumento.

Non potrà in alternativa, neppure se il datore di lavoro sia d’accordo usufruire di un periodo di ferie, oppure dei permessi pagati.

Chi a seguito di controllo venga trovato all’interno dei locali destinati al lavoro privo della certificazione, anche per averla dimenticata a casa, pur avendola, sarà punito con la sanzione amministrativa compresa tra i 600 e il 1200 euro.

La sanzione sarà comminata dal Prefetto, che deve essere avvisato in caso di violazione da chi l’abbia accertata. Successive violazioni comportano il raddoppio della sanzione.

Sanzione da 400 a 1000 euro anche per il datore di lavoro o per chi sia responsabile dei controlli nel caso non si si sia organizzato entro il 15 ottobre per fare le verifiche o nel caso, non abbia fatto i controlli all’ingresso.