Privacy digitale: quanto sanno di te Google e Facebook?

Il dibattito sulla privacy digitale è sempre aperto. Mentre Facebook si lecca le ferite dopo lo scandalo che ha coinvolto il social più usato di sempre Google ha appena sperimentato un nuovo modo per tracciare i dati dei propri utenti. Quanto sono al sicuro i nostri dati?

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Il dibattito sulla privacy digitale è sempre aperto. Mentre Facebook si lecca le ferite dopo lo scandalo che ha coinvolto il social più usato di sempre Google ha appena modificato le sue politiche per tracciare i dati dei propri utenti.

La questione della tutela delle informazioni di chi naviga in Internet è un tema sempre caldo.

Google, Facebook, Apple sono solo alcune delle grandi aziende che raccolgono i nostri dati e li usano per trarne profitto. 

Ma, come dimostrano gli scandali che si sono susseguiti negli anni, ultimo proprio quello che ha coinvolto Facebook poche settimane fa, il problema della sicurezza dei nostri dati è molto più ampio, perché non si limita al modo in cui i nostri dati vengono usati.

Spesso e volentieri, infatti, ci tocca fare i conti con hacker e malintenzionati che riescono ad accedere alle nostre informazioni riservate e a fare danni più o meno grossi. 

Privacy digitale: ecco come il bug di Facebook ci ha resi più vulnerabili 

Qualche settimana fa Facebook è finito al centro di un altro scandalo legato alla scarsa tutela che il social per eccellenza offre ai propri utenti. 

Il ricercatore di sicurezza Alon Gal ha scoperto un bug di Facebook grazie alla quale alcuni hacker sono riusciti a raccogliere dati di milioni di utenti, che sono stati organizzati e archiviati.

Grazie a questo bug infatti era possibile risalire al nome al cognome degli utenti iscritti al social più usato al mondo partendo semplicemente dall’ indirizzo e-mail degli utenti.

Con i dati raccolti, anzi rubati, grazie a questo bug, sono stati creati dei veri e propri archivi che sono poi stati rivenduti ad altri criminali del web per organizzare truffe digitali e campagne di phishing.

È facile capire che è un archivio di questo tipo, che contiene circa mezzo milione di nomi, rappresenta una risorsa importante per i malintenzionati e un pericolo non da poco per gli sfortunati utenti che sono finiti in questo guaio.

A Facebook sono state rivolte forti critiche. Non è la prima volta infatti che la creatura di Mark Zuckerberg non è in grado di salvaguardare la privacy e la sicurezza dei suoi iscritti. 

Ci si chiede come sia possibile che un colosso informatico come Facebook non sia in grado di prevedere un bug così grave. Secondo alcune indiscrezioni, però, Facebook era al corrente di quello che stava succedendo ma, ciò nonostante, non si è adoperato per risolvere il problema.

Solamente dopo che la notizia è stata lanciata dalle principali testate giornalistiche il bug è stato risolto, ma la fiducia degli utenti iscritti a Facebook è ulteriormente calata.

Il rischio di affidare i nostri dati alle grandi compagnie del digital, non è solo limitato al fatto che queste li cedano a terzi, ma anche al fatto che i nostri dati vengano rubati da hacker. 

Privacy digitale: Come scoprire cosa Google sa di te 

Google sa praticamente tutto dei suoi utenti. Ma attenzione Google non ci spia: si limita a raccogliere i dati che noi stessi gli offriamo.

Siamo noi che concediamo le nostre informazioni personali accettando termini e condizioni che generalmente non leggiamo. Tuttavia, esattamente come gli permettiamo di tracciarci, possiamo anche scegliere di non consentirglielo più.

Google raccoglie un enorme quantità di dati sui propri utenti, ma offre loro anche strumenti efficaci per gestire la raccolta nei loro dati.

Per scoprire cosa Google sa di voi è sufficiente accedere alla sezione impostazioni annunci del proprio profilo Google. Da qui possiamo vedere tutte le informazioni che il motore di ricerca più noto al mondo ha raccolto sul nostro conto.

Per fare in modo che Google cessi il tracciamento dei dati sarà sufficiente cliccare il tasto blu accanto alla scritta “Personalizzazione degli annunci ATTIVATA".

Si può anche scegliere di continuare a visualizzare annunci personalizzati, ma dando a Google indicazioni precise su quali dati vogliamo che vengano raccolti e quali preferiamo che rimangano anonimi. In questo modo Google saprà con certezza cosa ci interessa e cosa no e potrà mostrarci solo le pubblicità che possono interessarci. È anche possibile disattivare, se lo si vuole, determinati inserzionisti.

Dunque, se da un lato è vero che Google raccoglie una enorme quantità di dati sui nostri confronti,  è anche vero che ci permette di gestire la somministrazione di questi dati in modo assolutamente semplice e fruibile per gli utenti.

È importante ricordare che, a differenza di molte altre piattaforme, Google usa i nostri dati ma non li vende a terzi. 

Google è solo una delle tante reti pubblicitarie in grado di personalizzare gli annunci partendo dalla nostra navigazione. Per controllare gli annunci di altre reti pubblicitarie è possibile visitare il sito Your Online Choices .

Raccolta dei dati: il prodotto sei tu 

Come ha fatto Zuckerberg a diventare così ricco se Facebook non è un prodotto a pagamento?

Facebook guadagna in due modi, entrambi legati all'uso dei dati che utenti offrono.

In primo luogo, guadagna dalle pubblicità interne sul suo portale, ovvero su tutte quelle pubblicità che ci compaiono navigando sulle pagine di Facebook e che sono destinate proprio a noi.

Gli annunci di Facebook sono particolarmente attraenti per i suoi utenti perché sono mirati. 

Gli annunci mirati non sono certo un'invenzione di Facebook, ma sono una pratica assai ricorrente in tutto il mondo di internet.

Al contrario di quanto si possa pensare non c'è nulla di male in questo tipo di pubblicità, anzi, poter visualizzare solo annunci che interessano, senza essere sommersi da pubblicità inutile, rende l'esperienza dell’utente più piacevole. L' importante è esserne consapevoli. 

Il secondo modo in cui Facebook e altri si arricchiscono è la vendita alle famose “terze parti” dei dati dei propri utenti.

Termini e condizioni d'uso: le condizioni che accettiamo senza leggere

Navigando in Internet, iscrivendoci su una nuova piattaforma o social network, o scaricando nuove app, ci viene chiesto di accettare alcune condizioni e, quasi sempre, accettiamo tutto senza neanche leggere. Ma a cosa abbiamo acconsentito?

Ogni volta che visitiamo una pagina web, il sito e le terze parti coinvolte raccolgono informazioni su di noi, vengono a conoscenza cioè di informazioni come i siti che abbiamo visualizzato, cosa ci interessa e, soprattutto, registrano la nostra traccia digitale (ovvero il nostro indirizzo IP). L'insieme di queste informazioni vanno a formare la nostra personale identità digitale.

Dunque, quando accettiamo termini e condizioni spesso e volentieri accettiamo di cedere al sito o alla piattaforma che stiamo usando tutte le informazioni sulla nostra identità digitale.

Leggi sulla privacy digitale 

Le politiche sulla privacy dei siti e dei social che usiamo, lo avremo notato tutti, sono costantemente in cambiamento, e subiscono continui aggiornamenti. Questo succede perché le leggi sulla privacy cambiano costantemente nei molti Paesi che cercano di tutelare i propri cittadini e la loro privacy digitale.

Impresa, questa, che però continua a rivelarsi davvero ardua. Ogni Stato ha le proprie leggi sulla privacy, che sono differenti tra loro. Inoltre, i dati raccolti. In Italia non possono magari essere profilati in un certo modo qui, ma, una volta venduti a una società che ha sede in un altro paese, non sono più legati alle leggi italiane e dunque possono essere usati in modo differente.

Il problema di fondo, dunque, è che non esiste una legislazione universale in materia di privacy digitale, ma al contrario ogni paese ha le proprie norme.

La legislazione italiana ha regole piuttosto rigide sulla profilazione dei dati raccolti online, ma questo non è sufficiente. Il problema sta nel fatto che spesso e volentieri tutti questi dati vengono ceduti ad aziende che si trovano in altri paesi, dove la legge italiana non ha alcuna validità.

Trackography è un sito che consente di capire dove finiscono le informazioni che produciamo quando navighiamo in internet.

Come tutelare la propria privacy online? 

Tutelare la nostra privacy online non è affatto un'impresa semplice.

È fondamentale essere utenti critici e attenti, scegliendo con cognizione quali informazioni estremamente personali mettere in internet, e tenendo sempre d'occhio le impostazioni sulla privacy di ogni social o piattaforma alla quale siamo iscritti.

Una buona norma quando scegliamo di iscriverci a un nuovo social o a qualche sito è tenere a mente che, se non paghiamo un prodotto, il prodotto siamo noi. In questo caso bisogna porre particolare attenzione ai termini e alle condizioni.

Questa chiaramente non è una legge universale, ma può aiutarci a fare più attenzione in determinati casi.

Esattamente come abbiamo visto con Google, ogni social o piattaforma a cui ci siamo registrati ha una sezione dedicata alla raccolta dei dati e dalla quale è possibile ridurre al minimo il numero di informazioni che vengono utilizzate su di noi.

Nell’ultimo anno si è discusso moltissimo della privacy garantita da app istituzionali come Immuni e IO.

In realtà queste app sono molto più sicure di molte altre che si scaricano con un po’ di superficialità. Infatti, i dati che le app istituzionali raccolgono vengono utilizzati solo internamente, ad esempio, per creare statistiche. I dati non sono venduti a terze parti e non sono utilizzati per profilare pubblicità.

In un mondo così digitalizzato, la privacy, come la intendevamo vent’anni fa, non esiste più. Non è necessario rinchiudersi in una grotta e smettere di utilizzare internet, quello che conta è avere un po’ di consapevolezza che ci aiuti a capire come gestire la nostra privacy, i nostri dati e che ci permetta di scegliere più oculatamente cosa condividere sul web, e come.