Una conversazione scritta (chat) o un messaggio vocale su WhatsApp possono valere come prova di un credito vantato in tribunale e davanti ad un giudice? Una chat WhatsApp può servire per farsi restituire un prestito in denaro?

Sì, la risposta è Sì. Tutti i messaggi che inviamo o riceviamo sull'app di messaggistica WhatsApp, sia in forma scritta che in forma vocale, possono essere utilizzati come prova legale, sia per dimostrare un credito, sia in tribunale per un qualsiasi reato penale. 

Quando c'è un debito/credito in piedi, infatti, qualsiasi ammissione fatta (scritta o vocale) su WhatsApp ha valore probatorio e legale nel riconoscimento di un debito. Il creditore può quindi utilizzare quelle dichiarazioni (scritte o vocali) per far valere il proprio credito e richiedere la restituzione del prestito. I messaggi del debitore inviati su WhatsApp, infatti, valgono come ammissione/confessione.

Come utilizzare WhatsApp per farsi restituire dei soldi che abbiamo prestato?

Chi ha prestato dei soldi a qualcuno senza lasciarne traccia scritta (contratto, documento, fattura, bolla)  può utilizzare con astuzia WhatsApp, per fare in modo che ci sia un'ammissione da parte del debitore. Basta uno screenshot, una registrazione di un vocale, per provare legalmente il proprio credito nei confronti del debitore.

Ricordate: tutto ciò che dite o scrivete su WhatsApp potrà essere usato contro di voi. Perciò, se con un po' di astuzia e furbizia, riuscite a far ammettere al debitore di avere un debito nei vostri confronti, su WhatsApp, potrete procedere legalmente anche senza testimoni.

Ma come può accadere questo? Se riuscite a mettere in piedi una conversazione spontanea e naturale su WhatsApp potrà accadere quasi certamente di ricevere una confessione da parte del debitore. In questo modo, grazie al valore legale che hanno i messaggi su WhatsApp, potrete riscuotere più facilmente il vostro credito, magari grazie ad un decreto ingiuntivo, immediatamente esecutivo. 

WhatsApp: come si può dimostrare il credito che si vanta verso qualcuno?

Per ricevere un'ammissione e/o una confessione, basterebbe anche solo ricordare al vostro debitore, tramite una conversazione scritta o un messaggio vocale, il suo debito nei vostri confronti. Se il vostro debitore dovesse anche solo rispondere: "Appena ne avrò la disponibilità te li ridarò", avrà confessato il suo debito; questa è una vera e propria ammissione e ha valore giuridico e legale e può essere la base legale per la richiesta di restituzione del vostro credito.  

Riconoscimento di un credito grazie a WhatsApp: come funziona?

Il Codice civile disciplina in un unico articolo la promessa di pagamento. Quando non c'è nulla di scritto che dimostri il proprio credito, un contratto, una dichiarazione dove si conferma il prestito, basterà una dichiarazione del debitore su WhatsApp nella quale dichiari in maniera inequivocabile l'esistenza del debito, per confermare la sua esistenza e per recuperare legalmente il proprio credito.

Il creditore avrà così tutte le basi legali per esigere la restituzione immediata del proprio credito, attraverso un decreto ingiuntivo esecutivo.

Se ciò dovesse accadere, l'onere della prova contraria cadrà sul debitore. È lui che dovrà fornire prova concreta di non avere alcun debito con il creditore. Ma è una prova non affatto facile da dimostrare, soprattutto dopo un'ammissione su WhatsApp. 

Una volta che il debito è stato ammesso su WhatsApp, toccherà al debitore dimostrare che non c’è mai stato nessun debito, oppure che il debito è stato già saldato, oppure che la prova di WhatsApp è stata manomessa.

Il riconoscimento di un credito su WhatsApp può portare all'emissione di un decreto ingiuntivo

La dimostrazione del credito grazie ad una chat o a un messaggio vocale su WhatsApp può valere come prova per far emettere dal giudice un decreto ingiuntivo nei confronti del debitore.  È stato stabilito da diverse sentenze emesse dalla Corte di Cassazione.

Il decreto ingiuntivo consentirà in breve tempo di far riconoscere il proprio credito, senza obbligatoriamente passare attraverso un procedimento civile (lungo e costoso), e permetterà di ricevere in breve tempo un provvedimento esecutivo da parte del giudice, che potrebbe portare anche ad un pignoramento nel caso in cui non avvenga il pagamento del debito entro 40 giorni dalla notifica del decreto stesso.

I messaggi su WhatsApp sono una prova legale a tutti gli effetti, nei procedimenti civili e penali

I messaggi su WhatsApp sono un documento informatico, dotato di valore probatorio.

Il Codice civile sancisce che: «Le riproduzioni fotografiche, informatiche o cinematografiche, le registrazioni fonografiche e, in genere, ogni altra rappresentazione meccanica di fatti e di cose formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale sono prodotte non ne disconosce la conformità ai fatti o alle cose medesime».

Quindi, colui contro il quale viene utilizzata una chat WhatsApp ha la responsabilità di provare in concreto che le cose non stanno così, per esempio provando che il contenuto della chat è stato manipolato o alterato.

In una causa civile si può esibire direttamente la chat di WhatsApp, esibire la stampa, gli screenshot, oppure la registrazione del messaggio vocale e così via. Il giudice potrebbe anche incaricare un consulente tecnico per verificare la veridicità dei dati. 

Bisogna tenere presente, infine, che tutto quello che le chat di WhatsApp possono sia provare l'esistenza di un credito, ma possono provare anche la remissione dello stesso.

Il debitore, per esempio, potrebbe dimostrare che il debito è stato estinto, oppure che il creditore ha rimesso il credito al debitore. In questo caso non può più essere richiesto il pagamento. Dunque ci vuole la massima attenzione perché i messaggi vocali o scritti su WhatsApp hanno valore legale. 

La stampa di messaggi WhatsApp che comprovano l'esistenza di un credito, possono essere legalmente la base di un decreto ingiuntivo, secondo anche quanto stabilito da una sentenza del Giudice di Pace di Latina nel decreto n. 2399 depositato in data 25.06.2021.

Quindi proprio come gli SMS, i messaggi WhatsApp sono da considerarsi a tutti gli effetti come una prova documentale

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 49016 del 2017 ha dimostrato che sms e chat whatsapp possono essere utilizzati come prova legale, possono provare sia l'esistenza di un debito non pagato, sia un reato penale come lo spaccio, l'evasione, lo stalking e così via. 

La Giurisprudenza, alla fine, ha dovuto ammettere che le nuove tecnologie vanno necessariamente considerate e non si possono ignorare. Se un messaggio WhatsApp è stato letto o ascoltato, ha a tutti gli effetti valore di prova legale. 

Molti giudici hanno ritenuto valido, per esempio, il licenziamento di un dipendente comunicato tramite un messaggio o una mail. Anche nell’ambito dei rapporti tra ex coniugi le chat hanno valore probatorio in processo.

Le chat dovranno essere trascritte e controllate da un perito e la cronologia non deve essere cancellata, in modo da restare a disposizione del giudice. 

Per quanto riguarda i reati penali, invece, le trascrizioni e le foto delle chat WhatsApp non hanno alcun valore se a disposizione degli inquirenti non c'è il dispositivo fisico che contiene le chat originali.  

Quindi nel diritto penale, WhatsApp e gli sms hanno valore probatorio solo quando c'è il dispositivo a disposizione degli inquirenti.

La Corte di Cassazione in una sentenza, ha stabilito che i dati informatici acquisiti e conservati dalla memoria del telefono in uso, hanno valore di veri e propri documenti ai sensi dell’art. 234 c.p.p., con conseguente acquisibilità in giudizio, anche grazie agli screenshot. 

Quindi dal punto di vista penale è indispensabile il deposito dello smartphone originale e l'acquisizione forense dello smartphone.

Nel recupero crediti di solito il decreto ingiuntivo si basa su un documento scritto; WhatsApp è l'eccezione

Il recupero crediti, e dunque il decreto ingiuntivo, di solito si basa su contratti scritti, o anche solo su fatture, bolle, attraverso le quali il creditore può provare il proprio credito e far emettere un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo. 

Ma se un credito non ha una forma scritta (perché ricordiamo che il nostro ordinamento prevede anche la forma orale di un contratto) come si fa a provare di non aver ancora ricevuto il pagamento del credito che ci spetta? Come si recupera un credito senza documenti che lo attestino?

Senza documenti i tempi di riscossione rischiano di allungarsi in maniera spropositata, perché senza un documento il decreto ingiuntivo non può in alcun modo essere emesso.

Ed è a questo che serve la prova tramite WhatsApp. Se si riesce, come abbiamo accennato prima, a far confessare su WhatsApp al proprio debitore di avere un debito non ancora saldato nei nostri confronti, questa sarà una prova a tutti gli effetti dell'esistenza del credito e potrà essere la base dell'emissione di un decreto ingiuntivo.

Una comunicazione scritta a mezzo e-mail e/o un messaggio su WhatsApp, ha valore probatorio, prova il rapporto contrattuale tacito tra le due parti e l'esistenza del credito.

La sentenza n 1822/2018 della Corte di Cassazione, che concerne proprio l'utilizzo di SMS e messaggi di WhatsApp da utilizzare come prove, stabilisce che questi tipi di prove non soggiacciono alle regole sulla corrispondenza o le intercettazioni telefoniche. 

Messaggi e documenti multimediali possano costituire prove del tutto valide durante un procedimento civile o penale in corso. La legge non può più fare finta che questo tipo di prove non esistano. 

La Suprema Corte chiarisce che tutti i dati conservati in un telefono rientrano nelle prove documentali dell’art. 234 cod. proc. pen e non sono sottoposti alla normativa delle intercettazioni telefoniche che, al contrario, riguardano un flusso di comunicazioni in corso”, invece, nel caso di reperimento dei dati e dei messaggi recuperati da un telefono sequestrato, si acquisiscono conversazioni già avvenute.