Dopo la levata di scudi dei partiti contrari al reddito di cittadinanza contro il rifinanziamento con 200 milioni del fondo destinato a questo sussidio risalgono le polemiche che vedono come oggetto questo tipo di assegno. 

Mentre da un lato la scelta di investire altro denaro in questo pozzo senza fondo sembra essere un avallo da parte di Mario Draghi verso questo sussidio, dall’altro iniziano a farsi largo le ipotesi sulle possibili modifiche allo studio dal governo.

Sembra che l’ipotesi più accreditata sia quella di fare una netta separazione tra le persone che ricevono questo tipo di sussidio perché si trovino in stato di povertà e non possano in sostanza farvi nulla. Perché per esempio studiano, hanno persone a carico: figli o parenti disabili di cui occuparsi, o si trovino nelle condizioni fisiche di non poter lavorare. In questi casi sembra che il sussidio continuerà ad essere legittimo ed eventualmente incrementato ma non ridotto.

Altra questione invece sono quelli, la cui povertà dipende dal fatto di essere inoccupati e di non essere molto propensi ad entrare nel mondo del lavoro. In questa ipotesi ci sarà poca tolleranza, ma continuerà ad esserci per chi rifiuti le prime offerte di lavoro senza averne una ragione più che valida.

Non varrà più nemmeno la scusa di non avere una formazione: molti dei percettori del reddito di cittadinanza sono analfabeti o semianalfabeti e questo come è evidente rendere pressoché impossibile che ricevano offerte di lavoro. Alfabetizzarsi ed avere una formazione anche di tipo culturale minimo diventerà un obbligo e non solo un’opzione.

Da reddito di cittadinanza a lavoro di cittadinanza

Durante un intervento fatto durante la sua partecipazione al Salone del Mobile di Milano il ministro per lo Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti aveva sintetizzato la sua idea di reddito di cittadinanza con l’uso del termine lavoro di cittadinanza. In sostanza un’iniziativa che avesse sempre più lo scopo di creare posti di lavoro e sempre meno quello di creare assistenzialismo.

L’idea del ministro è quella di puntare sull’allineamento tra offerta e domanda di lavoro. In sostanza anche approfittando dei fondi che arriveranno dall’Europa con il PNRR si dovranno trovare delle soluzioni che adeguino le capacità e le conoscenze di chi cerca lavoro alle effettive necessità del mercato del lavoro.

La formazione e l’effettiva intenzione di lavorare saranno quindi messe in primo piano nel nuovo impianto di quella che è nata come una politica diretta alla promozione del lavoro e si è trasformata in un sussidio.

Tirata di orecchie dall’OCSE sul reddito di cittadinanza

Anche l’OCSE con una relazione presentata il 6 settembre

ha dato parere negativo sui risultati ottenuti fino ad ora dal reddito di cittadinanza. In particolare si sottolinea che gli obiettivi che si è data questa legge non sono stati raggiunti, o lo sono stati in modo piuttosto modesto.

Molto pochi, infatti quelli sono quelli che in rapporto al totale dei percettori del beneficio, hanno effettivamente trovato un lavoro e si sono resi indipendenti.

La soluzione prospettata è quella di continuare a prevedere sussidi a favore delle famiglie che abbiano un reddito da lavoro basso, ma allo stesso tempo puntare in modo massiccio sulle politiche attive per il lavoro. Politiche che secondo lo studio al momento in Italia non sono sufficienti e certamente non possono essere delegate all’attuale reddito di cittadinanza.

Assegno del reddito di cittadinanza a scalare

Il primo modo che si ipotizza potrebbe essere usato per ridurre i percettori del reddito di cittadinanza, o quantomeno gli assegni che ricevono, è quello di incidere su chi si trovi nelle condizioni di poter lavorare. Si intendono le persone che non si trovino nelle ipotesi che li escludono dall’onere di firmare il patto per il lavoro.

Si ipotizza di ridurre gradualmente l’assegno che viene percepito mensilmente con un piccolo scatto verso il basso ogni volta che viene rifiutata un’offerta di lavoro. Si pensa poi di abbassare da tre a due mesi la durata minima di un contratto di lavoro, per considerarlo come idoneo.

Dovranno dire addio a una quota del loro assegno anche quelli che non accettano di dedicarsi alla propria formazione. 

Nuovi controlli sul reddito di cittadinanza

Altro problema è quello dei cosiddetti furbetti. Persone che approfittando delle maglie larghe dei controlli continuano per anni a incassare assegni a cui non hanno diritto. Una delle proposte è quella di renderli più efficienti e capillari.

Oggi i controlli prendono il via dall’incrocio delle informazioni in possesso dall’INPS con quelle disponibili nelle altre banche dati della pubblica amministrazione.

I controlli però non sempre sono così immediati, lasciando spazio ai truffatori per continuare a ricevere parecchie mensilità prima di essere scoperti. I controlli dovrebbero essere resi più semplici ed essere più capillari riuscendo in questo modo sia ad essere un deterrente per i furbetti, sia a portare alla luce il maggior numero possibile di casi ambigui.

Quali i passi per arrivare al nuovo reddito di cittadinanza

Il reddito di cittadinanza è sicuramente uno dei punti che sono segnati in rosso sull’agenda del Governo. È di questi giorni il rifinanziamento del capitolo di spesa che se ne occupa con ulteriori 200 milioni rispetto a quelli inizialmente stanziati.

Questo mette in evidenza sia uno stato di malessere generalizzato ma anche i problemi di gestione che sono problemi in prima istanza di tipo economico: si ipotizza che per estendere questo strumento a tutti i soggetti che ne abbiano diritto dovrebbero essere messi in campo almeno 800 milioni di euro: somma che non appare difficile reperire.

Al momento quindi la scelta di trovare il modo per ridurre i destinatari, sembra quella che più probabilmente sarà percorsa. Entro poche settimane: la fine di ottobre è la data prevista, dovrebbe essere pronta la relazione della commissione presieduta da Chiara Saraceno che offrirà al governo un quadro preciso di quali sono le criticità di questo strumento.

In base alla relazione proposta dalla commissione i ministri dovranno tfare una scelta che probabilmente già a partire dal 2022 modifichi il sussidio in modo  equo a favore di chi si trovi in condizioni economiche obiettivamente critiche, e che non continui ad essere un rifugio dove si nasconde chi non abbia intenzione di lavorare o chi lo usi come un mezzo semplice per truffare lo stato.

Obiettivi del reddito di cittadinanza

L’attuale impianto del reddito di cittadinanza prevede a carico di chi lo percepisce e anche dei componenti del suo nucleo familiare l’obbligo di firmare un patto per il lavoro. L’articolo 1 del Decreto Legislativo numero 4 del 2019 dice che

questo beneficio ha lo scopo di essere una politica attiva del lavoro, e che ha lo scopo di porsi a garanzia del lavoro e di contrastare la povertà, la disuguaglianza e l’esclusione sociale.

Inoltre si propone di favorire una serie di diritti di tutti i cittadini: quello ad essere informati, a ricevere una istruzione e una cultura e ad avere una formazione finalizzata al lavoro. Questi obiettivi si raggiungerebbero con politiche di reinserimento sociale, anche di tipo economico che avrebbero il vantaggio di ridurre le discriminazioni e le emarginazioni sociali.

Patto per il lavoro per il reddito di cittadinanza

L’erogazione e il successivo mantenimento del reddito di cittadinanza è condizionato alla firma da parte, non solo del titolare del sussidio, ma anche di tutti i componenti maggiorenni del suo nucleo familiare del patto per il lavoro. Come si legge all’articolo 4 del DL 4 del 2019

i firmatari devono aderire a un percorso personalizzato e concordato con il proprio centro per l’impiego che prevede una serie di attività che hanno lo scopo di accompagnarlo durante tutte le attività necessarie all’inserimento nel mondo del lavoro e per l’inclusione sociale.

Rientrano tra queste attività lo svolgimento di lavori al servizio della comunità aderendo ai lavori socialmente utili programmati dal proprio comune. Inoltre il completamento per chi non lo abbia ancora fatto degli studi, la frequenza di corsi di qualificazione professionale. Non da ultimo la disponibilità ad accettare le offerte di lavoro congrue che gli saranno proposte.

Obbligo di lavoro per chi ha il reddito di cittadinanza

I titolari del reddito di cittadinanza e i loro familiari che non abbiano ragioni di esenzione, hanno un serie di obblighi elencati per legge.  Si tratta innanzitutto di quello generico di attivarsi per trovare un lavoro. Il patto per il lavoro, dovrebbe prevedere un elenco minimo delle attività che devono essere fatte settimanalmente a questo scopo.

Ulteriore obbligo è quello di accettare una delle tre offerte di lavoro congrue che gli sono inoltrate. Sono considerate congrue le offerte, nel caso siano state ricevute nei primi dodici mesi di fruizione del beneficio se il lavoro vada svolto a non più di cento chilometri di distanza dalla propria abitazione e comunque raggiungibili con i mezzi pubblici in non più di 150 minuti. Se l’offerta è la seconda i limiti salgono a 250 Km e ovunque nel territorio nazionale per la terza offerta.

Passati i primi dodici mesi la prima e la seconda offerta sono congrue se distano non più di 250 km e la terza ovunque sul territorio nazionale. Per chi abbia ottenuto il rinnovo ogni località, purché in Italia è congrua. Deroghe sono previste nel caso in famiglia ci siano figli minori o disabili che necessitino di assistenza. 

In considerazione delle complicazioni legate alla necessitò di lavorare molto lontano da casa chi accetti un lavoro lontano più di 250 chilometri da casa continuerà a ricevere per tre mesi il reddito di cittadinanza a titolo di rimborso delle spese di viaggio. I tre mesi si estendono a dodici per chi abbia un figlio minore o componenti del nucleo familiare con disabilità.

Non firmare il patto per il lavoro, non partecipare senza ragioni valide alle attività di formazione o frequentare i corsi di studio programmati, non accettare le offerte di lavoro congrua porta alla revoca del beneficio.