Scarpe antinfortunistiche: non usarle porta al licenziamento

Anche le scarpe antinfortunistiche fanno parte dei dispositivi di protezione Individuale e come tali indossarle non costituisce una facoltà ma un obbligo, il cui mancato rispetto può portare anche al licenziamento.

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Lo sanno tutti quelli che sono obbligati a portarle. Le scarpe antinfortunistiche sono spesso scomode, fanno sudare i piedi e poi sono brutte. In realtà negli ultimi anni, vuoi l’aumento delle categorie che si devono dotare di questi dispositivi di protezione individuale, le cose sono migliorate con la presenza sul mercato di modelli esteticamente più gradevoli, meno pesanti e che possono essere indossati per molte ore.

È un fatto, però che essendo a carico del datore del lavoro, in genere non vengono scelti i modelli più comodi, perché sono anche quelli più costosi. La soluzione scelta dalla maggior parte dei lavoratori è quella di procurarsele in autonomia, molti altri invece si giocano la carta del medico competente, presentando un certificato che li esoneri dall’uso di quelle calzature.

In realtà quest’ultima anche se legittima è una scelta che non necessariamente porta ai risultati sperati.  La chiave di lettura da dare alla vicenda infatti potrebbe anche essere che quel lavoratore per ragioni mediche non può essere adibito a mansioni, che per legge possono essere fatte solo rispettandole regole sulla sicurezza e in definitiva non è idoneo fisicamente a svolgerle e potrebbe essere licenziato.

Scarpe antinfortunistiche e DPI: cosa sono

Le scarpe antinfortunistiche rientrano tra i dispositivi di protezione individuale, che sono definiti dall’articolo 74 del decreto Legislativo numero 81 del 2008

come qualsiasi attrezzature che deve essere tenuta o indossata da un lavoratore e che ha la funzione di proteggerlo dai rischi che mettono a repentaglio la sua sicurezza durante lo svolgimento delle sue mansioni.

Sono esclusi da questa definizione, e quindi non sono assoggettati alla rigida normativa relativa alla sicurezza sul luogo di lavoro, le divise e le uniformi che non hanno uno scopo specifico di protezione e le attrezzature dei servizi di salvataggio e di soccorso.

Vi rientrano per esempio i guanti antitaglio o quelli che proteggono dal contatto con sostanze chimiche o irritanti, i caschi, le tute e le scarpe quando sono fatte in modo tale da evitare eventuali schiacciamenti del piede a causa della caduta di materiale, o che riducono la possibilità di scivolare.

L’uso di questi dispositivi costituisce un obbligo a carico sia del datore di lavoro che del lavoratore. 

Chi deve pagare le scarpe antinfortunistiche 

L’onere di sostenere i costi per l’acquisto delle scarpe antinfortunistiche è in capo al datore di lavoro, che ha tra i suoi compiti quello di effettuare l’analisi dei rischi presenti in azienda a causa delle mansioni svolte o delle caratteristiche dell’ambiente e stabilire quali dispositivi di protezione siano necessari.

A quel punto facendo una ricerca di mercato deve scegliere quelli che meglio rispondo alle esigenze dell’attività svolta nella propria azienda.

Tutti i dispositivi devono avere la marcatura CE e devono rispondere ai requisiti che sono stabiliti dal regolamento dell’Unione Europea numero 425 del 2016. La marcatura deve essere presente su ogni capo, e se questo non sia possibile sull’imballo o sulle istruzioni d’uso.

Il decreto sicurezza espressamente dice che

il datore di lavoro fornisce i DPI ai lavoratori, li mantiene in efficienza e ne garantisce le condizioni di igiene, manutenzione, le riparazioni e le sostituzioni. Se non sia possibile assegnare a ogni dipendente i propri dispositivi personali, si occupa anche prendere le cautele per evitare che ci siano problemi di tipo igienico o sanitario.

Il lavoratore può rifiutarsi di indossare le scarpe antinfortunistiche?

Quanto detto sopra sembra che faccia pendere la bilancia degli oneri solo in capo al datore di lavoro. Ma degli obblighi ci sono solo in capo al lavoratore che una volta che abbia ricevuto le scarpe antinfortunistiche adeguate alle mansioni svolte e sia stato adeguatamente informato sulle modalità di utilizzarle anche consegnandogli le istruzioni del fabbricante, le deve utilizzare.

Oltre a questo l’articolo 78 del DL 81 del 2008

pone a carico del dipendente l’obbligo di provvedere alla cura dei dispostivi che ha ricevuto e di evitare di apporre di propria iniziativa qualsiasi tipo di modifica, anche se ritiene che in questo modo ci siano delle migliorie.

Ha inoltre un preciso onere di collaborazione, dovendo segnalare a chi di competenza eventuali difetti delle calzature ricevute, sia che siano presenti da subito, sia che si facciano vedere in seguito all’utilizzo.

Ma evidentemente il lavoratore ha anche l’obbligo di indossare nel modo corretto tutti i DPI che gli sono stati forniti. Non farlo costituisce una violazione di uno dei propri obblighi.

Ma c’è di più, lo stesso imprenditore o i suoi collaboratori che sono deputati a vigilare sulla sicurezza non possono chiudere un occhio, perché in caso di controlli o peggio ancora se dovesse verificarsi un infortunio sarebbero considerati responsabili per non avere vigilato.

Posso farmi cambiare le scarpe antinfortunistiche se mi fanno male?

Possibile anche che, con tutta la sua buona volontà, un lavoratore non riesca a portare per tutte le ore necessarie le scarpe antinfortunistiche perché gli fanno male.

L’articolo 76 del DL numero 81 del 2008 elenca tra le caratteristiche che devono avere i DPI anche quello di tenere conto delle caratteristiche ergonomiche o di salute del lavoratore. Devono inoltre poter essere adattate alle esigenze di chi le indossa.

Tenendo conto di questa norma e di quella successiva che tra i doveri del lavoratore mette anche quello di informare di eventuali difetti della calzatura, quindi è sempre possibile fare presente di trovarsi scomodi col dispositivo ricevuto. Dovere del datore è quello di procurare un prodotto che gli consenta di lavorare in tutta comodità.

Diverso invece è il caso in cui un difetto del piede richieda l’utilizzo di un plantare anatomico o di ausili simili. Qui il costo dovrà essere a carico dell’interessato, perché l’interpretazione della legge non consente di estenderne il contenuto fino a questo punto.

Questa normativa ha lo scopo di proteggere dal rischio di infortunarsi, non di correggere malformazioni di tipo anatomico.

Se ho un certificato del medico posso evitare le scarpe antinfortunistiche?

Possibile anche che il lavoratore si rivolga a un medico per fare certificare la sua incompatibilità con le scarpe antinfortunistiche. Premettiamo subito che non qualsiasi medico, anche se specializzato in quella materia e altamente qualificato, può rilasciare un certificato di idoneità al lavoro.

Lo può fare solo il medico competente. Si tratta di quello nominato da ogni datore di lavoro, che al momento dell’assunzione e poi periodicamente valuta l'idoneità a svolgere le mansioni assegnate.

In questa sede in effetti può essere rilevato che il lavoratore abbia una patologia che si aggraverebbe se utilizzasse quel tipo di calzature.  Non è però possibile esonerarlo da utilizzare un dispositivo di protezione.

Le alternative potrebbero essere quella di farlo lavorare con calzature normali, ma questo sarebbe contrario non solo alla normativa sulla sicurezza ma anche alla Costituzione che all’articolo 32 tutela la salute anche si posti di lavoro. Neppure una liberatoria di responsabilità firmata dal lavoratore che esenti l’azienda da eventuali danni può considerarsi legittima.

Altra possibilità è che il capo, in collaborazione con il medico individui sul mercato un tipo di prodotto che risponda sia alle esigenze di dare sicurezza sul posto di lavoro che a quella di non aggravare la malformazione del piede.

Se non puoi indossare le scarpe antinfortunistiche sei inidoneo al lavoro

Nel caso non esistesse sul mercato una scarpa antinfortunistica adeguata o se obiettivamente i costi fossero troppo alti rimane solo la possibilità di spostare il lavoratore in un altro reparto o assegnargli delle mansioni che non richiedano quel tipo di dispositivo di protezione.

Il primo passo in questa direzione è quello della redazione da parte del medico competente di un documento che certifichi la non idoneità alla mansione. Con quel documento in mano si potrà valutare la possibilità di uno spostamento.

Reindirizzare un lavoratore verso altre mansioni mette in campo però una serie di difficoltà che sono dettate dalla necessità di riorganizzare il lavoro, eventualmente spostando qualcun altro. C’è poi un limite dato dalle capacità e dalle competenze del lavoratore per il quale non potrebbero esserci in azienda alternative diverse alle mansioni che svolge.

Licenziamento per chi non indossa le scarpe antinfortunistiche

Mancano da analizzare ancora due ipotesi. La prima è quella del lavoratore che pur non avendo difficoltà di tipo fisico o sanitario, per partito preso, rifiuti di indossare le scarpe antinfortunistiche. In questa ipotesi, come già chiarito, non è possibile trovare un accordo dove il lavoratore si assuma la responsabilità in caso di infortuni. 

Secondo la legge se non adeguatamente protetto non può lavorare. A quel punto una soluzione potrebbe essere di fare un ricorso e dimostrare che chi ha fatto gli studi sui rischi ha sbagliato e che in effetti quel tipo di DPI non sia necessario, anche se è una strada lunga e di esito incerto.

Al datore di lavoro rimane la possibilità, dopo aver tentato l’opera di persuasione, di ricorre anche alle sanzioni disciplinari. Queste partono dalle multe, per arrivare alla sospensione infine alche al licenziamento per giusta causa.

La seconda ipotesi è quella in cui ci si un certificato di inidoneità e non sia possibile adibire il lavoratore ad altre mansioni. Su questo tema si è espressa anche la Corte di Cassazione che con la decisione numero 10339 del 2020

ha stabilito che da parte del datore di lavoro non vi è l’obbligo di attivarsi per facilitare lo svolgimento delle mansioni del lavoratore oltre a quanto prescritto dalle leggi sulla sicurezza.

In sostanza, il datore di lavoro deve garantire la sicurezza sia con la formazione che fornendo i dispositivi di protezione, però non può essergli dato anche l’onere di eliminare anche impedimenti a svolgere quella funzione che sono soggettivi. Non potere indossare le calzature prescritte significa essere inidoneo alla mansione se l’azienda non può offrire alternative l’unica soluzione è il licenziamento.