Col caldo che si fa sentire e le immagini di spiagge assolate o di cime immerse nel blu del cielo, che ammiccano da riviste e dal web sale la voglia di lasciare la città. Quest’anno vista la diffusione dello smart working questa voglia non è solo di chi guarda con insistenza il calendario in attesa che arrivano le ferie ma anche di chi ancora ha impegni di lavoro. La domanda è sola una. Ma se posso lavorare dove voglio, allora posso farlo anche sotto l’ombrellone o all’ombra di un abete in una malga?

In effetti, salvo casi particolari è possibile lavorare dove si vuole purché siano rispettate la diligenza e l’efficienza previste dal contratto di lavoro. Qualche problema però ci potrebbe essere nel caso avvenissero degli infortuni sul lavoro. Infortuni che potrebbero essere invece del classico scivolone sul pavimento bagnato, magari una scottatura, oppure un trauma dovuto a una pallonata.

Che cosa è lo smart working

Col termine di smart working si intendono una serie di attività piuttosto diverse tra loro. Non esiste in effetti un unico contratto di smart working: questo termine indica le modalità con cui si lavora, non il tipo di contratto a cui si è assogettati. Diffuso in modo massiccio dallo scorso anno quando la pandemia ha reso necessario il distanziamento sociale in realtà è stato introdotto nel nostro ordinamento già con la legge 81 del 2017.

La legge all’articolo 18 elenca le caratteristiche principali dello smart working che sono quelle di essere svolto non solo nei locali di proprietà dell’azienda, pur nel rispetto dei limiti di durata massima giornaliera e settimanale dell’orario di lavoro.

Inoltre può richiedere, ma non necessariamente l’uso di strumenti tecnologici e la presenza di una postazione fissa per lo svolgimento delle mansioni all’esterno dell’azienda.

Il lavoro agile deve essere deciso con un accordo tra le due parti, non è possibile che venga imposto da una delle due parti. Può essere svolto sia in locali esterni all’azienda, ma messi a disposizione della stessa sia in spazi decisi dallo stesso lavoratore. In questo ultimo caso in linea di massima c’è libertà di scegliere la sede purché sia idonea a garantire prestazioni adeguate a a tutelare la riservatezza dei dati aziendali eventualmente gestiti.

Le spiagge sono già attrezzate per lo smart working

I primi a cogliere l’opportunità di avere una maggiore accesso di utenti sono stati i gestori degli stabilimenti balneari. Molte spiagge infatti si sono dotate di Wifi così da permettere a chi voglia lavorare di fronte al mare di farlo senza alcun problema. 

Dovrebbero aiutare chi si trova in workation, il neologismo che unisce i termini inglesi per vacanza e lavoro, anche le normative di sicurezza anticovid che quest’anno dovranno essere rispettate sulle spiagge. Queste norme prevedono che ogni famiglia debba avere a disposizione uno spazio attorno all’ombrellone di almeno 10 metri quadrati garantendo di riflesso maggiore tranquillità anche a chi lavora.

Posso lavorare in smart working in spiaggia?

Se facciamo riferimento a un lavoratore autonomo, gli viene lasciata piena libertà sia per la scelta del luogo di lavoro, sia per quanto riguarda gli orari da seguire. Sarà in quel caso lo stesso lavoratore a valutare se sia meglio lavorare in casa, o se possa raggiungere gli stessi risultati anche in un bar o in una spiaggia magari alternando momenti di lavoro a tuffi rinfrescanti in acqua.

La legge non chiede neppure per il lavoratore subordinato di chiedere l’autorizzazione al dotare di lavoro per lavorare fuori casa. Niente esclude però che in questo senso possano decidere gli accordi di categoria, oppure accordi tra l’azienda e il lavoratore. Nel caso non ci fossero indicazioni in questo senso il lavoratore sarà libero di lavorare dove vuole, pur restando la regola di scegliere un luogo adeguato. Evidente che per esempio se ha la necessità di contattare clienti, o di partecipare a video conferenze dovrà garantire riservatezza, attenzione e abbigliamento consono.

Lo smart working dà diritto alla tutela per gli infortuni

Anche lo smart working nelle ipotesi in cui si parli di contratto di lavoro subordinato dà gli stessi diritti di quello svolto all’interno dell’azienda. Primo fra questi anche quello di essere tutelati contro gli infortuni sul lavoro e contro le malattie professionali. Lo ribadisce l’articolo 22 della legge 81 del 2017 che impone al datore di lavoro di garantire la sicurezza e la salute sul luogo di lavoro anche in modalità di lavoro agile. A questo fine una volta all’anno dovrà consegnare allo stesso un’informativa dove siano evidenziati i rischi generali delle mansioni svolte e quelli specifici legati anche al luogo di lavoro. Al lavoratore viene chiesto di cooperare alla prevenzione e alla riduzione dei rischi legati al lavoro.

In effetti, se il datore di lavoro deve fornire un piano di prevenzione dei rischi sembra che debba essere informato del luogo dove si svolge il lavoro, così da potere predisporre il modello. Anche se il datore di lavoro viene informato, poi, vista l’impossibilità di rincorrere il lavoratore in tutti i suoi spostamenti probabilmente l’interpretazione della norma dovrà essere che gli obblighi del datore di lavoro in materia di sicurezza si fermano dove può fare i controlli. In sostanza il lavoratore che decide di lavorare in spiaggia si assume anche la responsabilità di preoccuparsi della sua sicurezza.

Lo smart working dà diritto alla copertura INAIL

Il successivo articolo 23 aggiunge che i lavoratori in smart working hanno diritto alla copertura assicurativa contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali connesse alla prestazione lavorativa. Hanno inoltre diritto all’assicurazione per gli infortuni che si verificano nel normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello prescelto per svolgere l’attività lavorativa. 

Si aggiunge che la scelta del luogo della prestazione deve essere dettata da esigenze connesse alla prestazione stessa o dalla necessità del lavoratore di conciliare le esigenze di vita con quelle lavorative e risponda a criteri di ragionevolezza.

Quando l’INAIL copre anche chi fa smart working in spiaggia

A proposito del luogo dove si effettua la prestazione di lavoro in smart working è intervenuto l’NAIL chiamato a risarcire il lavoratore che abbia subito infortuni sul lavoro o che abbia contratto una malattia professionale. Con la circolare numero 48 del 2017

ha assimilato i lavoratori agili a quelli che lavorano in azienda per quanto riguarda la copertura assicurativa. Ha precisato che i lavoratori sono coperti non solo per i rischi legati strettamente alle mansioni svolte. Ma anche quelli legati ad attività diverse purché le stesse siano accessorie alle mansioni.

Pensiamo a titolo di esempio al lavoratore che scivola mentre si avvicina alla postazione di lavoro. Escluso invece il caso di chi per esempio si scotta con una pentola mentre cucina e nel frattempo parla al telefono con un cliente.

Esclusa la copertura anche nel caso il lavoratore non abbia rispettato le regole fornite dal datore di lavoro in termini di contenimento del rischio, a meno che dimostri che il piano fornito non sia stato adeguato. Si parla in questo caso di rischio elettivo, vale a dire del rischio a cui il lavoratore si sia esposto volontariamente ignorando le disposizioni del datore di lavoro. E qui si torna al punto di partenza, perché il datore di lavoro può fornire un piano di sicurezza preciso e efficace solo se sa esattamente il luogo in cui si svolgerà il lavoro.

Obbligo di garantire la riservatezza anche in smart working

Altra questione che poco collide con la possibilità di lavorare in smart working è quella dell’obbligo dal lavoratore di garantire la riservatezza dei dati dell’azienda dei quali viene a conoscenza per svolgere la propria attività. Questo sia se si tratti di dati dei clienti, che se si tratti di informazioni attinenti all’organizzazione del lavoro o a segreti aziendali. Deve inoltre preoccuparsi di conservare con cura e in efficienza gli strumenti tecnologici utili al lavoro che gli siano stati consegnati dell’azienda. 

L’obbligo di riservatezza in particolare è previsto all’articolo 2105 del codice civile che

impone di non divulgare notizie che riguardino l’organizzazione e i metodi di produzione dell’impresa.

Violare questa regola non solo porta a sanzioni disciplinari, ma anche alla necessità di risarcire il datore di lavoro per il danno subito. Possibile anche, nei casi estremi, il ricorso al tribunale penale contro i reati di diffusione di segreti aziendali.

A questo punto sorge la questione di capire se lavorare in spiaggia, magari parlando al telefono, possa garantire un’adeguata riservatezza. Probabilmente la necessità di tenere un distanziamento aiuta a evitare che il vicino occhieggi documenti o schermi di smartphone. Altro problema sarà essere sicuri che i documenti o il computer siano conservati in tutta sicurezza nel caso decidiamo di allontanarci dalla postazione di lavoro per controllare i figli o fare un tuffo.

Dovere di diligenza anche per lo smart working

Per tutti i lavoratori, anche quelli in smart working uno dei principi fondamentali è contenuto nell’articolo 2104 del codice civile che parla di obbligo di diligenza. Con questo termine ci si riferisce alla cura che il lavoratore deve mettere nell’eseguire le mansioni che gli sono state affidate. Si tratta di un concetto piuttosto vago, che comunque fa riferimento all’impegno e alla concentrazione da mettere nel proprio lavoro. Secondo la Corte di Cassazione che ne ha trattato con la sentenza numero 663 del 2018

la diligenza richiesta va valutata secondo due parametri. Il primo è quello della complessità delle mansioni che devono essere svolte, e la seconda dal tipo di responsabilità che l’organizzazione aziendale attribuisce a quel lavoratore.

La mancata diligenza sul posto di lavoro può costituire giusta causa per il licenziamento. Opportuno quindi scegliere con cura la propria postazione di lavoro, perché potrebbe diventare una prova per mettere in dubbio l’effettiva diligenza del lavoratore, che magari viene distratto dai rumori di sottofondo.