Mutuo e prestiti: aumentano le tasse bancarie. La follia

L'ultima follia del Governo guidato da Giuseppe Conte? Aumentare le tasse su ogni singolo mutuo e sui prestiti delle imprese. Ebbene sì, pensavamo che l'esperienza dell'avvocato del popolo alla guida del paese si fosse realmente conclusa, ma dobbiamo ricrederci a più di un anno dalla sua uscita di scena.

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L'ultima follia del Governo guidato da Giuseppe Conte? Aumentare le tasse su ogni singolo mutuo e sui prestiti delle imprese. Ebbene sì, pensavamo che l'esperienza dell'avvocato del popolo alla guida del paese si fosse realmente conclusa, ma dobbiamo ricrederci a più di un anno dalla sua uscita di scena.

Ma cerchiamo di capire meglio cosa sta accadendo. Sostanzialmente ci sono due modi differenti per far pagare le tasse ai contribuenti. Uno, quello sicuramente più evidente ed alla luce del sole, è di aumentare le aliquote. Cresce l'Iva o vengono modificate le percentuali degli scaglioni di reddito. La seconda strada da percorrere, più subdola e nascosta, è quella di andare a modificare la consistenza dei redditi o del patrimonio da tassare. Le aliquote rimangono ferme, ma vengono riviste, ad esempio, le rendite catastali. La scelta dell'esecutivo guidato da Giuseppe Conte è quella di percorrere una strada diversa, che andrà a pesare direttamente sulle casse delle piccole e medie imprese. Una decisione presa alla chetichella nel corso del 2019, di cui si inizierà a pagarne le conseguenze a breve, andando ad incidere direttamente sul costo di ogni singolo mutuo o sui prestiti richiesti dalle aziende.

Mutuo e prestiti, ormai il danno è fatto

Ormai il danno è fatto. L'unica speranza, adesso, è che il Governo guidato da Mario Draghi ci metta una pezza. Ma cerchiamo di scoprire cosa sta accadendo. Le imprese italiane nel 2020 dovranno dichiarare la bellezza di 42 miliardi in più di quanto hanno realmente realizzato. Purtroppo, questa follia è destinata a continuare nel tempo e non si fermerà nel corso dei prossimi anni, sempre che qualcuno all'interno del Parlamento non si svegli e si decida a cambiare questa pesantissima norma.

Ma cerchiamo di spiegare meglio e di capire cosa accadrà ad ogni singolo mutuo ed ai prestiti contratti dalle aziende nostrane. Le imprese, molto correttamente, sono tenute a pagare le tasse non sul fatturato, ma semplicemente sulla differenza tra ricavi e costi. Proviamo a spiegare meglio. Nel caso in cui una determinata azienda fatturi nel corso dell'anno 100.000 euro, ma abbia spese per 80.000 euro, pagherà le tasse - in questo caso è l'Ires - su 20.000 euro. Ovviamente in questa sede abbiamo semplificato al massimo, anche perché le aziende pagano anche l'Irap, che non si basa sul margine di guadagnano, ma ha una base imponibile diversa. Ma questo, a dire il vero, non ci interessa in questa sede. Normalmente le aziende si indebitano in banca, sottoscrivono un mutuo o dei prestiti, e poi pagano gli interessi sul debito contratto. In un qualsiasi paese civile ed evoluto gli interessi sui prestiti o su un mutuo costituiscono un costo, quindi nel nostro esempio entrerebbero negli 80.000 euro che vengono sottratti ai ricavi.

L'Italia, invece, ha deciso di comportarsi diversamente. Nel momento in cui ha recepito una direttiva europea ha introdotto una novità molto pesante: solo una parte degli interessi passivi, che devono essere versati annualmente, possono essere considerati dei costi. No, non stiamo sbagliando e voi avete capito bene. Sostanzialmente non tutti gli intessi pagati sui prestiti o su un mutuo possono essere considerati dei costi. Quindi aumentano i ricavi su cui pagare le tasse, senza che arrivino più soldi ai diretti interessati.

Prestiti e mutuo, toccherà pagare di più

Tirando le somme questo significa che le imprese pagheranno più di tasse. Nel momento in cui un'azienda dovrà aprire un mutuo o chiedere un prestito per un finanziamento, sarà tenuta a tenere in considerazione che gli interessi non potranno essere detratti completamente. Stando ad una stima effettuata da Unimpresa, le aziende italiane potrebbero arrivare a pagare la bellezza di 68 miliardi di costi per gli interessi bancari. Spese che avrebbero potuto portare in detrazione. Stando alle nuove regole 42 miliardi di euro non sono più scaricabili.

Cerchiamo di capire meglio cosa stia accadendo. Quando un imprenditore paga gli interessi su un mutuo o su un prestito, sta sostenendo un costo. L'importo, che deve pagare come interesse, è una spesa: solo una parte di questa cifra viene considerata dall'Agenzia delle Entrate come una spesa. Diventa, sulla carta, un costo sostenuto ma non detraibile. Questo si traduce in una vera e propria stangata - secondo Unimpresa - da 12 miliardi di euro, che andrà a colpire soprattutto le piccole e le medie imprese italiane.

Una direttiva europea, che non colpisce tutti

Quella che abbiamo davanti potrebbe tradursi nell'ennesima scusa italiana per aumentare le tasse dei contribuenti, parandosi dietro lo scudo dell'Europa. Un sistema per far cassa un po' subdolo, molto nascosto. Anche perché la scelta di andare a penalizzare le aziende è meramente italiana. Unimpresa, infatti, spiega che questa è

'ennesima follia fiscale italiana, anzi l'ennesimo pasto per la bestia statale. In Germania, Francia e Belgio, anche essi fino a prova contraria sottoposti alle direttive europee, l'inasprimento fiscale non ci sarà. È una piccola questione tecnica. Tutti potranno lavarsi le mani dicendo di non aver aumentato le tasse. Formalmente. Ma nella sostanza il nostro legislatore ha permesso un aggravio fiscale di almeno dodici miliardi l'anno sulle imprese italiane. A ciò si aggiunga che questi calcoli sono fatti su un monte di interessi bancari, pagati dalle imprese, con tassi di mercato relativamente bassi. Oggi stanno aumentano visibilmente. Quindi i conti in rosso costeranno di più spese saranno maggiori, ma lo stato non le riconoscerà come componenti passive del proprio reddito.