Il tema Btp Italia è molto delicato per gli investitori italiani, che ne hanno tanti in portafoglio ma che negli ultimi anni si sono sentiti delusi dall’andamento e dalla redditività di questa particolare tipologia di titoli di Stato. Anche il quarto trimestre 2019 è andato piuttosto male. Uno studio di Marzotto Investment House, sempre molto attenta al tema, ha proprio ieri affrontato l’argomento. Lo riprendiamo e sintetizziamo, rifacendoci forse per la prima volta a una valutazione di terzi, utile però a comprendere cosa sta avvenendo.

La sottoperformance

In termini di “total return” – fa notare l’analisi di Marzotto – i Btp Italia hanno registrato una performance piuttosto negativa nell’ultimo trimestre 2019, sottoperformando i Btp su equivalente vita residua, il che si è accentuato per i primi sulla parte lunga delle scadenze, ovvero nel tratto 2023-2024. Inevitabile l’effetto dovuto al calo dell’inflazione italiana (Cpi). E’ pur vero che essendo i Btp Italia protettivi rispetto alla deflazione, poiché il loro rendimento non può mai diventare negativo, la riduzione dell’indice Cpi viene parzialmente compensata da un aumento del prezzo secco. Gli estensori dello studio ricordano comunque che, data la stagionalità dell’inflazione, ci si può attendere una ripresa dell’indicatore dei prezzi nel primo trimestre 2020, il che è confermato già dagli ultimi dati riferiti a dicembre.

La tempistica è decisiva

Ecco allora un consiglio operativo interessante. Si esplicita così: “Se il rendimento a scadenza alla data di acquisto è attraente è consigliabile tenere il Btp Italia fino almeno all’inizio dell’estate”. Vi è però da notare un comportamento differente in relazione all’andamento dello spread. Se si allarga si osserva un maggiore effetto negativo sui Btp Italia e se si restringe all’opposto un più rilevante impatto positivo per i Btp€i, indicizzati all’inflazione europea. Il suggerimento finale porta a prendere in considerazione una diversificazione dei titoli “inflation linked”, riducendo così la volatilità derivante dall’incremento del costo della vita. Il che significa che in qualsiasi portafoglio una quota di queste due tipologie di bond deve essere presente, al contrario di quanto sostengono – almeno attualmente – non pochi consulenti e gestori. Quest’ultima però è una considerazione solo nostra!