Il passato è stato inesorabile, con l’investimento immobiliare nettamente più redditizio rispetto a quello in titoli di Stato grazie soprattutto alla rivalutazione del capitale impegnato. Poi è arrivato il Quantitative Easing, che ha fatto correre le quotazioni dei Btp (riducendone gli yield ai minimi storici) e messo al tappeto – complice la crisi economica – il mattone. E ora? Con i nostri Buoni del Tesoro ballerini e orientati verso rendimenti più elevati, i piccoli e medi risparmiatori si chiedono se non convenga puntare di nuovo sull’obbligazionario governativo oppure se all’opposto la soluzione dilagante degli affitti a breve sia un’alternativa dalla maggiore stabilità nel tempo. Il confronto si sta quindi spostando dall’aspetto redditività a quello solidità dell’investimento.

Dibattito aperto

E’ indubbio che sia l’uno sia l’altro asset continuano a manifestare pregi e difetti per chi guarda al lungo termine. Se i Btp comportano due punti interrogativi, volatilità dei corsi e ipotetico rischio di ristrutturazione del debito italiano in presenza di crisi sistemiche, è pur vero che si avvantaggiano per una tassazione agevolata (12,5% contro il 21% della cedolare secca), una facilità di scambi sul secondario, una maggiore flessibilità di investimento - grazie all’attuazione di piani di acquisto - e un’erogazione cadenzata e costante dei flussi cedolari. Il possesso di un immobile a scopo di affitto – con il breve che ormai prende il sopravvento per chi cerca maggiore redditività – comporta invece più rilevanti oneri gestionali e burocratici, necessità di continui rinnovi contrattuali, utilizzo di intermediari (agenzie o piattaforme di locazione che siano) e incertezze di redditività in alcuni periodi dell’anno, soprattutto se la casa è dislocata in località turistiche. Il dibattito sulla convenienza dell’uno o dell’altro resta quindi aperto.