Il mercato è decisamente improntato a puntare sulle alternative degli Etf in campo obbligazionario. Lo confermano i rilevanti scambi registrati in alcune sedute. Ieri, per esempio, si sono collocati ai primi quattro posti della classifica delle contrattazioni riferite a Borsa Italiana, sebbene in rapporto a un settore utilizzato soprattutto dagli istituzionali, quello dei governativi con scadenze molto corte. 

Il fattore Ter è decisivo

I piccoli e medi investitori guardano invece a tre elementi caratteristici: la tipologia di benchmark, ovvero di sottostanti, la distribuzione di cedole e l’ammontare dei costi, in altre parole del Ter, indice omnicomprensivo di oneri e commissioni, salvo quelli di acquisto e vendita dovuti all’intermediario. La vera e propria guerra avviata da alcuni emittenti sotto il profilo del contenimento del Ter sta portando a una rivoluzione a vantaggio del cliente finale e tale da spiazzare del tutto l’ipotesi dei fondi.

Quello medio

Considerando che i valori in percentuale, riguardo ai prodotti appunto a distribuzione, ammontano da minimi dello 0,05%, relativi a quattro Etf di Amundi, però con bassissimi rendimenti cedolari, a massimi dello 0,60-0,61%, riguardanti alcuni Pimco dai sottostanti particolari, il valore medio - cioè l’asticella di separazione fra “low cost” e “high cost” - sta sullo 0,275%, sotto la quale si posizionano molti replicanti. La relativa classifica vede distinguersi quattro Etf di Invesco e poi tre di iShares, emittenti impegnati appunto nella riduzione dei Ter, poiché statunitensi, mercato all’avanguardia in questo scontro fra giganti.