Da mesi ormai il mercato è favorevole nei confronti delle obbligazioni dei Paesi emergenti. Non c’è meeting dell’industria dei fondi in cui non si innalzino lodi nei confronti di questo segmento, considerato strategico nell’asset allocation, soprattutto in ottica 2019. Ma come vanno realmente le cose? Partendo dai numeri di alcuni indici di riferimento ne verifichiamo oggi le reali condizioni, valutando se sia davvero tornato il vento degli acquisti sugli emerging.

Quelli in dollari

Data l’elevato numero di panieri utilizzati dall’industria finanziaria, scelta che spesso porta a non poca confusione, utilizziamo due strumenti dello stesso “curatore”, Bloomberg. Il primo è il Bloomberg Barclays EM Usd Aggregate Total Return Index Value Unhedged, riferito ai titoli di Stato in dollari senza copertura del cambio, quelli solitamente più acquistati direttamente poiché quotati in larga misura sui mercati regolamentati. Se lo si misura nel lungo periodo il suo movimento è nettamente rialzista, sebbene condizionato dalla forza della divisa di denominazione. Diversa invece la situazione in un’ottica da inizio anno. La performance è in questo caso negativa del 3,26%, con un trend di stabile debolezza: dai massimi di 1.099 punti, toccati a inizio 2018, è sceso al supporto di 1.048, con una flessione lenta ma continua. Le vicende specifiche di alcuni Paesi non hanno inciso più di tanto. Attenzione invece a un indicatore molto importante, quello del Dollar Index, cui il Bloomberg Barclays EM Usd Aggregate è inversamente correlato. I punti di intersecazione definiscono l’accentuazione di un movimento contrario e proprio da aprile ciò è avvenuto con il biglietto verde passato sopra. Su periodicità di dodici mesi il Dollar Index ha guadagnato il 3,7%, che corrisponde in senso contrario al -3,26% dell’obbligazionario emerging in valuta forte.