Pace conclusa fra Trump e Messico, almeno a parole. Ora si aspettano i fatti concreti, consistenti anche in massicci investimenti (6 miliardi di dollari) da parte di Washington nelle regioni più povere del Paese centro americano al fine di evitare le massicce migrazioni oltre la frontiera statunitense. Dopo il netto crollo dei giorni scorsi la valuta nazionale, il peso, ha respirato ma non così tanto come ci si poteva attendere. Allo stesso tempo si allontana il rischio di un downgrade del Messico, su cui subito – come falchi – si erano esposte le agenzie di rating.

Salvo il governativo ma Pemex?

Per ora l’ipotesi si attenua, mentre qualche preoccupazione in più continua a circolare su Petroleos Mexicanos, meglio conosciuta come Pemex, società petrolifera di Stato che finora è riuscita a mantenersi nell’olimpo dell’“investment grade” (BBB+), seppure S&P abbia già abbassato l’“outlook” da stabile a negativo e Fitch l’abbia fatto scendere a BBB-. Se lo scontro con gli Usa si fosse tradotto in una vera guerra commerciale – come minacciato – Pemex sarebbe scivolata nell’“high yield”, con un taglio non di uno ma probabilmente di due “notch”. Ora si sta prendendo tempo, sebbene alcuni importanti gestori internazionali non escludano tale possibilità nel medio termine, poiché la società resta pur sempre condizionata da notevoli problemi. Prima di tutti quello del maggiore debito al mondo nel contesto petrolifero, con 106 miliardi di dollari sulle spalle, di cui 85 riferiti a emissioni obbligazionarie detenute da investitori istituzionali e privati. Nel caso di “downgrade” si determinerebbe quindi un enorme “fallen angel”, termine cin cui si riconosce appunto la caduta dal mondo dei rating medi a quelli bassi, con un effetto assai pesante per le quotazioni, date le inevitabili vendite cui sarebbero obbligati i gestori del primo comparto.