La verifica su T-Notes Usa e Bund sempre ieri mostrava una situazione abbastanza sotto controllo, sebbene si noti di frequente una certa variabilità in base alle sedute, mentre si riapre il problema spread con i corporate per esempio di General Electric (un esempio fra i tanti), in forte rialzo nelle quotazioni delle ultime sedute. Il Tf 1,5% Mg29 Call Eur (Isin XS1612543121 – taglio 100.000) aveva ieri uno spread fra 91,03 in “bid” e 94,52 in “ask”, mentre un semplicissimo tasso variabile in dollari a scadenza 2020 (Isin XS1042118288 – taglio 2.000 $) rasentava l’assurdo, con un prezzo in acquisto a 99,07 e in vendita a 99,77.

Dovunque vai di spread soffri

Potremmo proseguire per tantissime pagine a raccontare altre storie dello stesso tipo, presenti su Mot e Tlx, e a confrontare la situazione con quella delle altre piazze europee, giungendo sempre alla stessa conclusione: da noi il costo indiretto derivante dallo spread fra “bid”/“ask” sta diventando strutturale. I perché e i percome sono numerosi e in parte giustificabili. Poco importano al piccolo e medio investitore e soprattutto trader, del tutto spiazzati in una simile situazione, salvo che operino con quel ristretto drappello di bond – soprattutto bancari – più liquidi e naturalmente con titoli di Stato italiani. A loro interessano risposte concrete. Che sostanzialmente sono due: o trasferirsi sugli Etf obbligazionari, dove il market maker fa bene il suo lavoro, o affidarsi al mercato “Otc” trovando l’intermediario adeguato. In questo secondo caso si apre un mondo tutto da scoprire ma la scelta richiede tempo e strumenti adeguati. E giusto che ciò avvenga solo perché i mercati regolamentati stanno diventando una giunga? Ciascuno si dia la sua risposta.