La presenza di obbligazioni in dollari è inevitabilmente cresciuta nei portafogli – piccoli o grandi – negli ultimi anni. Evidente la ragione: la supremazia in termini di rendimenti rispetto ai bond in euro. E’ il caso di fare allora il punto su tante situazioni riferite alle emissioni nel biglietto verde. 

Il rally è finito?

Da mesi si discute su quale sia il corretto livello di valorizzazione dei Treasuries Usa, dopo i forti movimenti messi a segno. Lo yield del decennale è sceso infatti dal massimo del 3,24% dell’8 novembre 2018 al minimo del 2,37% del 27 marzo scorso, a seguito dell’annuncio della Fed di mantenere fermo il costo del denaro per tutto il 2019, sebbene non si intenda effettuare alcun taglio dei tassi, salvo in presenza di un effettivo deterioramento economico. Tutto questo proprio mentre la Presidenza Trump chiede al contrario non solo un allentamento ma perfino l’avvio di un nuovo Quantitative Easing, in ottica puramente di convenienza politica. Il crollo di ben 87 punti base per lo yield del dieci anni è stato una vera sorpresa, perché per buona parte del 2018 le prospettive si attestavano su un suo allineamento nell’anno in corso oltre il 3%. Ora però il rally delle quotazioni sembra esaurirsi, con un assestamento del rendimento sul 2,5%. Per i mercati appare questo un valore corretto di valorizzazione del governativo Usa, quasi un’asticella con cui confrontarsi nei prossimi mesi. Intanto il Fed rate monitor espone queste previsioni in termini di calcolo delle probabilità di posizionamento dei tassi per dicembre: nel 52,8% dei casi pronostica il mantenimento sull’attuale livello, mentre per il 36,4% degli operatori potrebbe scendere dall’attuale forchetta 2,25-2,5% a quella 2-2,25%, ma la percentuale dei ribassisti registra un calo. Conseguenza? Il 2,5% di yield resterà il punto di riferimento, con un probabile progressivo incremento della volatilità.