Niente è realmente certo nel mondo della finanza se perfino il Treasury fa scherzi impensabili fino a pochi giorni fa. Il rendimento del decennale Usa è infatti letteralmente crollato sotto il 2,9%, con minimi addirittura al 2,83%. Un movimento rapidissimo se si pensa che soltanto a inizio novembre si era spinto oltre il 3,2%. Inutile soffermarsi sui motivi dell’inversione, conseguenza di una corsa ai governativi Usa dovuta a un “risk off” generalizzato. Va invece segnalato come il rendimento “puro” stia avvicinandosi allo zero. Con questa definizione si intende lo yield depurato da inflazione, commissioni di intermediazione ed eventuale imposta sulla plusvalenza. Certo all’investitore italiano poco importa dell’aumento del costo della vita negli Usa, dovendosi rapportare alla propria, ma una corretta valutazione in termini effettivi è obbligata a tenerne conto, poiché una cosa è il valore dichiarato di un rendimento e altra cosa quello reale. Sottraendo così dal 2,9% l’inflazione in corso negli Usa (2,52% l’ultimo dato) e gli oneri vari ci si avvicina al cosiddetto “livello neutro”.

Lo switch conviene?

In questo contesto per l’investitore presente sui titoli di Stato Usa nella parte medio-lunga della curva è vantaggioso valutare un possibile concambio su equivalenti bond “inflation”, che al momento attuale garantiscono di più. Se l’Usa-T-Bond 5,5% 15ag28 (Isin US912810FE39) e l’Usa T-Bond 5,25% 15nv28 (Isin US912810FF04) rendono infatti un identico 2,94%, il corrispondente Usa Tips 1,75% 15ge28 (Isin US912810PV44) si colloca al 3,56%. Essendo il Tips correlato all’inflazione d’oltre Oceano, è evidente che il suo yield reale dipende da quest’ultima. Come si muoverà nei prossimi tempi? Le varie previsioni formulate da centri studi ne confermano una stabilizzazione fino al 2020, salvo in presenza di fattori eccezionali. Nel 2019 dovrebbe attestarsi al 2,44% per scendere un po’ nel 2020 (2,13%) e riprendere in seguito una progressiva strada di crescita.