Il Nasdaq 100, indice che piu' degli altri ha saputo distinguersi durante il rimbalzo visto dai minimi di marzo, ha quasi del tutto annullato le perdite subite dal picco di febbraio a 9756 punti, una resistenza che potrebbe venire messa sotto pressione a breve.

La ragione per cui il Nasdaq 100 corre piu' degli altri indici e' da ricercare nella sua composizione, titoli molto "pesanti" all'interno del paniere come Alphabet, Amazon, Apple, Facebook, Microsoft, Netflix hanno risentito poco del lockdown che molte economie sono state costrette a subire a causa del Covid-19, in alcuni casi sono anche riusciti a fare registrare nuovi record, ma in generale le borse hanno corso abbastanza dai minimi di marzo, tanto che l'indice Msci World in dollari, sintesi della condizione globale del mercato, e' salito tra il 23 marzo e il 29 maggio del 36% circa recuperando i 2/3 circa di quanto lasciato sul terreno dai massimi di febbraio.

Dal comportamento del Nasdaq 100 nelle prossime sedute si potranno ricavare indicazioni utili per tutti gli altri mercati, che ne replicano i punti di svolta anche se con performance diverse. In pratica l'indice della tecnologia Usa e' in questo momento la lepre che tutti gli altri cercano di acciuffare, con risultati piu' o meno soddisfacenti (il Ftse Mib nostrano da marzo a maggio e' salito del 31% ma ha recuperato solo il 40% circa di quanto perso dal massimo di febbraio), la rottura da parte sua del picco di febbraio sarebbe un indizio pesante in favore di un risultato analogo anche da parte degli altri panieri che risultano attardati nel recupero dei massimi dell'anno.

Durante la prima fase del rimbalzo, realizzatosi dai minimi di marzo, da parte di molti osservatori c'era il timore di trovarsi di fronte ad una semplice reazione tecnica di breve durata, quella che gli operatori chiamano senza tante cerimonie il "dead cat bounce", dopo il superamento del 50% di ritracciamento della precedente discesa, avvenuto il 14 aprile con un evidente gap al rialzo, sui mercati si e' scatenata la ricerca delle motivazioni che stavano sostenendo una ripresa cosi' vivace.

In sintesi le posizioni emerse sono state sostanzialmente due, da una parte coloro che facevano riferimento ai dati macro, pessimi, per sostenere l'ipotesi che la fase ascendente non potesse durare, dall'altra quelli che ritenevano gli interventi di banche e centrali e governi cosi' estesi da poter non solo controbattere i danni derivanti dalla pandemia ma anche creare le condizioni per una nuova prolungata fase di espansione non appena l'economia avesse potuto tornare a funzionare normalmente.

Fino ad ora e' evidente, valutando l'andamento delle borse nelle ultime settimane, che la seconda ipotesi ha avuto maggiore credibilita' agli occhi dei mercati: e' vero che i dati macro in uscita sono in alcuni casi i piu' negativi di sempre, ma e' anche vero che questi rappresentano per lo piu' il passato, il futuro invece e', se non roseo, almeno incoraggiante.

Sintomatico il fatto che su molti siti di informazione fino a poco tempo fa si trovassero gli elenchi dei motivi per cui le borse fossero sopravalutate e non potessero fare altro che riprendere a scendere mentre adesso c'e' la gara per trovare delle motivazioni plausibili a sostegno del proseguimento dell'uptrend. Uno per tutti e' l'esempio di Goldman Sachs: gli analisti della banca prevedevano un obiettivo per lo S&P500 a 2400 punti nella parte centrale dell'anno e a 3000 punti entro la fine del 2020, mentre l'indice ha gia' superato area 3000 a partire dal 26 maggio, costringendo gli analisti a rivedere il range atteso per la seconda meta' dell'anno tra i 2750 e i 3200 punti.

Una ipotesi di obiettivo a 3200 punti per lo S&P500, dopo la volatilita' vista negli ultimi mesi, e' un "non obiettivo". La questione adesso e' cercare di capire se c'e' il rischio di tornare a 2200 punti o la possibilita' di salire a 3600, in termini di Nasdaq 100 se e' piu' probabile il ritorno a 7000 o un tentativo di andare a prendere area 11500.

In questa ottica e' interessante un recente report di JP Morgan che fa emergere alcuni aspetti meno scontati del contesto attuale. Il primo di questi e' che nonostante il rally messo a segno dalle borse da marzo nei portafogli degli investitori le azioni sono ancora relativamente scarse, con la discesa di marzo infatti e' aumentata la liquidita' e la componente obbligazionaria, questa composizione e' poi rimasta stabile nelle settimane successive.

Gli investitori statunitensi non bancari detengono in questo momento il 40% circa del loro portafoglio in azioni, un valore inferiore alla media storica del 42/43% (nel 2018 era stato raggiunto il massimo del periodo successivo al crack di Lehman del 48%).

Questa ridotta percentuale di azioni in portafoglio contrasta con la condizione dei tassi di interesse, ai minimi storici, e quindi dei rendimenti che gli investitori possono ricavare dall'impiego del capitale in altre asset class. A causa del timore di una recessione prolungata dovuta alla pandemia c'e' stata un vera e propria corsa ai bond, che nei portafogli degli investitori sono saliti al 24% contro una media storica del periodo successivo al crack Lehman del 19%.

Ma i bond come detto non rendono e rendono poco, e una volta passata la paura uno switch nuovamente verso strumenti piu' redditizi e' probabile. Prima dello scoppio della pandemia la liquidita' nei portafogli dei risparmiatori era molto al di sotto della sua media storica del 37%, solo con l'emergenza Covid-19 questo valore si e' riportato in linea (e per un breve periodo anche al di sopra) della media, ma anche in questo caso, dato il rendimento nullo del cash, ai primi segnali di distensione e' probabile che si torni a convertire la liquidita' in azioni.

E i segnali di distensione ci sono: lo spread sul Libor che le aziende pagano per finanziarsi era salito attorno ai 130 punti base negli Usa a marzo per poi ridiscendere attualmente in area 30 punti base, una chiara indicazione del fatto che il mercato del credito e' tornato a funzionare correttamente.

Nonostante il rialzo delle quotazioni degli indici di borsa si sono poi ancora molte posizioni short (scommesse al ribasso) in giro, la rottura da parte del Nasdaq 100 dei massimi di febbraio potrebbe dare un duro colpo a queste strategie e coloro che hanno tenuto duro fino ad ora potrebbero decidersi a smontare queste posizioni al ribasso, spingendo ancora di piu' verso l'alto le azioni.

Non solo JP Morgan mette l'accento sul rapporto tra bond ed azioni in questa fase storica per ipotizzare che tutto sommato il rialzo della borsa e' sostenibile, anche Bank of America e' dello stesso avviso. Attualmente, notano gli esperti di BofA, il rendimento in termini di dividendi dello S&P500, del 2% circa, e' il triplo rispetto a quello delle obbligazioni con scadenza a 10 anni del Tesoro Usa, dello 0,65% circa.

Una situazione come quella attuale, quando si e' realizzata in passato, ha permesso alle azioni di sovraperformare le obbligazioni su un arco temporale di un anno del 30% circa.

Per il momento l'analisi dei flussi dei fondi lascia intendere che gli investitori non abbiano ancora avviato lo switch in uscita dai bond e in ingresso sulle azioni, anche per BofA lo spazio per una ulteriore crescita dell'azionario potrebbe esserci nonostante il bel rimbalzo gia' visto dai minimi di marzo.

C'e' una incognita contra la quale Bank of America mette in guardia, ed e' quella di una seconda ondata del Covid-19, che potrebbe dare un colpo da ko non solo all'economia ma anche al morale dei consumatori.

Se questa eventualita' non dovesse verificarsi, o se una seconda ondata venisse controllata con maggiore efficacia rispetto alla prima (o se nel frattempo venisse approvato un vaccino), sullo S&P potrebbero riversarsi almeno 1000 miliardi di dollari di acquisti nei prossimi mesi che dovrebbero garantire il ritorno sui massimi di febbraio.

Se nell'equazione si aggiungono anche i massicci stimoli di Fed e Governo, e le politiche da parte di molte aziende di riportare la produzione in casa, il "re-shoring", e di investire sul territorio domestico, il risultato potrebbe essere una crescita nel 2021 veramente robusta, con l'eps (earnings per share) dello S&P500 in crescita fino a 180 dollari dai 140 dollari del 2019.

L'obbligazionario non offre di certo lo stesso appeal, per questo motivo Bank of America ritiene che la scelta tra le due assett class sia un "no-brainer", non comporti dubbi su quale parte stare, o per dirla diversamente, in questo momento non ci sono alternative alle azioni, There Is No Alternative, una situazione descritta con l'acronimo "TINA".

Occhi puntati quindi al Nasdaq 100 e ai suoi massimi di marzo a 9737 punti, il loro superamento non farebbe altro che confermare l'idea che una alternativa a nuovi cali di borsa in risposta ai dati macro ancora molto negativi potrebbe esistere e si basa su motivazioni convincenti. E se l'indice non dovesse farcela a superare il picco di marzo? Le motivazioni per una evoluzione positiva dei listini azionari rimarrebbero intatte, il quadro grafico del Nasdaq 100 subirebbe un serio deterioramento solo in caso di discese sotto gli 8850 punti, con la violazione di quei livelli sarebbe opportuno sospendere le strategie rialziste assumendo nuovamente posizione neutrale sull'azionario.

(AM - www.ftaonline.com)