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Il Bureau of Labor Statistics ha recentemente comunicato chel'inflazione USA a novembre si è attestata a +0,3% m/m e +2,1% a/a (consensus+0,2% e +2,0%, precedenti +0,4% e +1,8%). L'inflazione core (depurata daglielementi più volatili come gli alimentari e l'energia) si è attestata a +0,2%m/m e +2,3% a/a (consensus +0,2% e +2,3%, precedenti +0,2% e +2,3%). Nell'areadell'euro invece l'inflazione è molto più dimessa, la Bce ad inizio mese haaggiornato le sue stime ipotizzando un +1,2% per il 2019 e un +1,1% nel 2020.

Il dato calcolato dal Bureau of Labor Statistics, indicatoin modo un po' semplicistico da alcuni commentatori come "inflazione"è in realtà il "consumer price index", o CPI, l'indice dei prezzi alconsumo. Il CPI è una misura più datata dell'andamento dei prezzi al consumo edè quella che condiziona meno le decisioni della banca centrale americana, cheguarda invece con maggiore attenzione il consumption expenditure price index, oPCE, calcolato dal Bureau of Economic Analysis.

Entrambi gli indici misurano la variazione di prezzo di unpaniere di beni, quello che cambia e' la composizione del paniere e il pesodato a ciascun elemento. Il CPI tende a fornire una lettura superiore delvalore di inflazione rispetto al PCE, la differenza, secondo la Federal Reservedi Cleveland si attesta attorno allo 0,5%.

La Fed, nel prendere le sue decisioni di politica monetaria,guarda con attenzione all'andamento della versione "core" del PCE,quella che non tiene conto dei mutamenti dei prezzi di alimentari ed energia,comparti ritenuti molto volatili e che potrebbero quindi comportarel'assunzione di decisioni errate se venissero considerati.