Anche Richard Clarida, vice presidente della Fed, ha fatto sapere che la banca centrale sara' molto attenta nel prossimo futuro ai segnali di rallentamento dell'economia, una affermazione ripetuta da Robert Kaplan, presidente della Fed di Dallas.

Fino a pochi giorni fa l'ipotesi di un nuovo rialzo dei tassi nella riunione del 18-19 dicembre della Federal Reserve veniva data quasi per certa. Ora, dopo i segnali di rallentamento dell'economia negli Usa ma anche in Germania e in Cina, il mercato prezza una probabilita' di intervento al 65% (CME Group's FedWatch). Gli operatori fino a inizio novembre davano probabile al 60% circa la possibilita' di altri due rialzi nel 2019, adesso questa probabilita' e' scesa al 35%. La Fed a settembre aveva lasciato intendere che i rialzi avrebbero potuto essere anche tre nel 2019.

Le cose stanno cambiando anche in Europa. Mario Draghi nel suo ultimo intervento da governatore al Congresso bancario di Francoforte ha sostenuto la convinzione che l'attuale rallentamento non puo' che essere temporaneo dal momento che una decelerazione graduale e' da considerarsi normale con la maturazione della fase espansiva, quando la crescita converge in direzione del potenziale di lungo termine, ma ha anche detto che la ripresa dell'inflazione potrebbe dimostrarsi più lenta di quanto previsto in precedenza. Insomma, per rimanere con le parole di Draghi, le incertezze che circondano l'outlook a medio termine sono aumentate. La Banca centrale europea intende terminare il programma di stimoli a fine anno ma al tempo stesso esprime quindi cautela sulla crescita.

Questi timori sono stati espressi con efficacia dall'Ocse, che nell'Economic Outlook di recente uscita, rivede al ribasso le prospettive di crescita mondiali, col Pil globale che potrebbe fermarsi al +3,5% nel 2019 dal +3,7% previsto a maggio e rimanere al +3,5% anche nel 2020.