Gli esami non finisco mai, lo sanno un po' tutti. Soprattutto quando si ha a che fare con l'Agenzia delle entrate ed il proprio conto corrente. La novità di quest'anno, però, è un'altra: il fisco può verificare ed accertare i versamenti effettuati dal coniuge sul proprio conto corrente, anche se la coppia è in regime di separazione dei beni. Spetterà sempre e comunque al contribuente giustificare nelle sedi opportune i movimenti sospetti.

L'Agenzia delle entrate può quindi disporre dei controlli sul conto corrente del coniuge - anche nel caso in cui vi sia la separazione dei beni - nel caso in cui sospetti che ci siano dei comportamenti fraudolenti, che potrebbero far pensare ad un'evasione fiscale. Il fisco potrebbe far partire i controlli perché ritiene che sul conto corrente del coiniuge possano confluire dei redditi imputabili all'attività dell'altro coniuge. Il caso più evidente potrebbe essere quello del marito imprenditore, che nel corso dell'espletamento della propria attività abbia ricevuto dei pagamenti in nero per il proprio lavoro. Per non destare sospetti potrebbe decidere di versare questo denaro sul intestato o cointestato alla propria moglie. Prima o poi di questi soldi dovrà far uso: prima o poi, quindi, risulteranno dei prelievi a suo nome.

I controlli sul conto corrente sono leciti?

A destare i sospetti dell'Agenzia delle Entrate sono proprio le movimentazioni un po' strane. Un qualsiasi funzionario potrebbe muoversi per verificare se nascondano un'evasione fiscale. La domanda che sorge, adesso, è se sia legittimo, da parte del Fisco, controllare e verificare i movimenti sul conto corrente del coniuge, soprattutto se questo non ha mai ricevuto alcun tipo di comunicazione da pare degli uffici tributari. Ma soprattutto il Fisco può desumere d'ufficio che le operazioni effettuate sul conto corrente del coniuge siano relative all'attività lavorativa dell'altro e tassare il primo per le operazioni del secondo? Di questo argomento si è occupata la Cassazione, con la sentenza n. 9220/21 del 6.04.2021

Partiamo da una premessa fondamentale. L'Agenzia delle Entrate per effettuare i vari controlli, può basarsi sui dati che ogni anno riceve dall'Anagrafe dei rapporti finanziari, che non è altro che un archivio telematico che viene aggiornato periodicamente dai dati che forniscono gli istituti di credito. Sono accertamenti che avvengono d'ufficio e non hanno bisogno di essere autorizzati preventivamente. Al contrario, nel momento in cui i controlli avvengono tramite una richiesta di documentazione inoltrata direttamente alla banca, è necessario che vi sia un'autorizzazione preventiva da parte del Direttore Regionale dell'Agenzia delle Entrate.

Un piccolo controllino lo si può fare!

La Corte di Cassazione ritiene che questa autorizzazione sia solo un atto interno e come tale non necessità di alcuna motivazione, ma soprattutto non deve necessariamente essere esibito al contribuente. Nel caso in cui mancasse questo documento l'accertamento non diventerebbe automaticamente nullo: la documentazione acquisita, in questo modo, sarebbe valida a tutti gli effetti. Sempre che da questo tipo di comportamento non ne consegua un pregiudizio specifico nei confronti del contribuente.

In altre parole l'Agenzia delle entrate può effettuare tutti i controlli che ritiene opportuni sul conto corrente del coniuge, nel caso in cui ci siano degli indizi che facciano sospettare l'evasione fiscale. Gli uffici preposti non saranno tenuti a dover spiegare preventivamente le motivazioni di questo accertamento, ma soprattutto non dovranno fornire alcun tipo di documentazione specifica di accesso ai dati.

Il coniuge è imputabile!

Sempre secondo la Cassazione l'Agenzia delle Entrate ha piena facoltà di effettuare tutti i controlli del caso per verificare i versamenti sospetti sul conto corrente del coniuge, anche se questo è cointestato e se sussiste la separazione dei beni. Gli uffici prepposti hanno la facoltà di presumere - nel caso in cui non ci siano delle attività economiche svolte dal coniuge inteestatario del conto corrente - che i versamenti ed i prelivi effettuati siano da imputare all'attività lavorativa dell'altro coniuge. Costituiscono quindi dei redditi in nero di quest'ultimo.

Ovivamente contro questa presunzione il contribuente può presentare qualsiasi prova che dimostri il contrario: una prova che dovrà essere presentata dal coniuge sottoposto alla verifica. Dovrà, infatti, dimostrare che i versamenti effettuati non siano imputabili a propri proventi.