L’evasione fiscale è un virus e come tale va considerato. Un male che da decenni attanaglia il nostro Paese rappresentando un fattore che ne limita la crescita. Ma all’orizzonte, sembra profilarsi  un vero e proprio cambiamento epocale laddove la lotta all’evasione fiscale verrebbe attuata limitando la protezione dei dati personali dei cittadini.

Evasione fiscale: il vero virus italiano

Ai tempi della pandemia si ritiene plausibile considerare l’evasione fiscale, come un virus che distrugge l’economia e che è lontano dall’essere debellato.

Come il Covid19 l’evasione fiscale aggredisce l’organismo, in questo caso l’economia del Paese, privandolo delle strutture necessarie per un corretto sviluppo e portando alcuni  suoi settori alla morte (fallimento).

Pensiamo a settori quali la Sanità, che in questi ultimi due anni ha avuto un ruolo centrale nelle sorti del nostro Paese, come in quelle degli altri Paesi.

Ebbene, vi sono strutture che necessitano di investimenti ma, questi investimenti non possono essere fatti perché mancano le risorse.

Le risorse a loro volta scarseggiano per via del fatto che l’evasione fiscale che limita la capacità dello Stato negli investimenti, in quanto riscuote molti meno soldi di quanti dovrebbe a causa delle omesse o errate dichiarazioni reddituali.

Un cane che si morde la coda potremmo dire.

Come si misura l’evasione fiscale

L’evasione fiscale, che porta all’elusione delle tasse da parte del cittadino o dell’azienda che, non versa in parte o in toto i contributi dovuti, può essere misurata.

Si parla  in tal caso della cosiddetta tax gap che misura la differenza tra il gettito fiscale ipoteticamente dovuto e quello effettivamente raccolto tramite il prelievo fiscale.

Si stima che la forbice tra i due parametri che costituiscono il tax gap ammonti a centinaia di miliardi di euro ogni anno, laddove il gap rappresenta una vera e propria propensione all’evasione fiscale.

Maggiore sarà il gap e maggiore sarà la propensione all’elusione delle tasse e minore il gettito fiscale a favore dello Stato, ovvero quell’insieme di entrate derivanti dall’imposizione di tasse e imposte.

Monitoraggio dell’evasione fiscale

Accanto al tax gap, che come abbiamo detto è uno strumento che serve a misurare la distanza in termini percentuali tra il gettito ipotetico che lo Stato dovrebbe riscuotere e quello effettivamente raccolto, c’è un ulteriore elemento che incide sul mancato gettito fiscale.

Si chiama NOE (Economia non Osservata) ed è rappresentata da tutte quelle attività che, per le loro dimensioni o strutture o per moltissimi altri motivi, tendono a sfuggire all’occhio impositore dello Stato.

Si tratta in parole povere della cosiddetta economia sommersa.

Nell’ultimo rapporto elaborato a settembre di quest’anno, reperibile al seguente link, viene fatto un quadro generale dell’andamento dell’economia sommersa in Italia nel 2020.

Ebbene è stato stimato che circa il 70 % delle aziende attenzionate presentavano irregolarità ed è emerso che circa 245.000 lavoratori, nel 2020, nelle aziende di cui sopra, erano a loro volta stati assunti in maniera irregolare.

Quali sono le imposte che vengono evase di più?

Nella speciale e non certamente gloriosa classifica delle imposte che vengono evase di più, c’è l’IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche) che segna una percentuale di evasione di quasi il 70 %.

Seguono l’Iva, che si posiziona al secondo gradino del podio con una percentuale di erosione nei confronti del gettito fiscale pari a circa 27 %.

La medaglia di bronzo va agli evasori della tassa sulla casa, l’IMU, la cui percentuale di evasione si aggira attorno al 25,8 %.

A scendere via via vi sono le altre imposte tra cui ovviamente l’IRAP e l’IRES che, assieme all’IRPEF rappresentano le imposte principali che lo Stato applica ai contribuenti.

Per una loro disamina si rimanda a questo link dove è presente un articolo che spiega in maniera semplice il funzionamento di queste imposte.

Una stretta all’evasione: le mosse del Governo

Come anticipato il Governo sta studiando le mosse da attuare per cercare di arginare questa vera e propria piaga sociale ed economica rappresentata dall’evasione fiscale.

Allo studio dell’Esecutivo vi è una misura che tende a riequilibrare e ricalibrare i poteri del Garante della Privacy per consentire allo Stato di attuare una misurazione del reddito più profonda ed efficace.

La misura proposta è quella di modificare la disciplina prevista dal D.lgs. n. 196/2003, conosciuto anche e soprattutto come Codice della Privacy.

La misura Governativa è stata implementata in un recente Decreto Legge che, come impone la Costituzione, decadrà entro 60 giorni se non convertito in Legge dal Parlamento (Organo Legislativo).

Si tratta del Decreto Legge n. 139 del 8/10/2021, recante "Disposizioni urgenti per l'accesso alle attività culturali, sportive e ricreative, nonché per l'organizzazione di pubbliche amministrazioni e in materia di protezione dei dati personali” e che è stato rinominato “Decreto Capienze”.

Decreto Capienze: cosa bolle in pentola

Il Decreto Capienze (D. Legge n. 139/2021) può essere considerato come un vero e proprio calderone al cui interno si trovano gli ingredienti più disparati.

Ad esempio, sono state fissate le regole per la riapertura dei teatri dei cinema e delle discoteche fissando differenti percentuali per le relative riaperture in merito alla presenza del pubblico.

Vi è poi la parte relativa al trattamento dei dati personali che poi è quella di cui si discute nella presente disanima.

Il Decreto, nella parte che interessa il discorso sull’evasione fiscale, va a modificare l’impianto del D.lgs. n. 196/2003 (Codice della Privacy) in alcuni “settori” essenziali:

  • trattamento dei dati
  • potere del garante della Privacy

Trattamento dei dati personali: in arrivo la svolta

Ebbene, di svolta epocale possiamo parlare perché il Decreto Capienze va a mettere mano in un settore, quello del trattamento dei dati personali, di non facile trattazione vuoi per la materia delicata vuoi per i destinatari del trattamento, ovvero tutti noi cittadini.

Ma cosa prevede il Decreto Capienze?

In merito al trattamento dei dati personali sostanzialmente prevede che, per motivi di interesse pubblico, è consentito il trattamento dei dati personali da parte di un’Autorità Pubblica (ad esempio l’Agenzia delle Entrate)

Fino a ieri il trattamento dei dati personali era ad appannaggio esclusivo del Garante delle Privacy, ma adesso le cose sono cambiate.

L’interesse pubblico, nel bilanciamento con quello privato alla privacy, assume un’importanza maggiore e dunque, in un’ipotetica gerarchia, viene privilegiato e posizionato ad un gradino superiore.

Ecco dunque che, per ragioni di interesse pubblico, un’autorità governativa pubblica potrà operare i rispettivi controlli sui cittadini avendo meno vincoli da rispettare che, appunto sono quelli imposti dal Garante della Privacy.

Interesse pubblico vs Interesse privato

Questa epocale modifica, è stata implementata nel Codice della Privacy mediante l’aggiunta di un comma all’ art. 9, comma I°, lett. A, D.Lgs. n. 136/2003.

Si tratta del comma 1 bis, aggiunto al predetto articolo e che recita testualmente:

“è sempre consentito se necessario per l'adempimento di un compito svolto nel pubblico interesse o per l'esercizio di pubblici poteri a essa attribuiti”.

Insomma, gli organi pubblici avranno ampio potere di controllo e di verifica sulla popolazione in ragione del superiore interesse pubblico rappresentato dalla lotta all’evasione, rispetto al sacrificabile interesse del privato alla tutela della propria privacy.

Il Garante, da par suo, ha circa trenta giorni di tempo dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del presento Decreto Legge (Decreto Capienze) per trasmettere i propri parei in merito alla modifica attuata.

Ma vi è di più!

Come cambiano i poteri del Garante

Il decreto Capienze, ha infatti previsto delle modifiche non solo per quanto concerne le attività di controllo degli enti pubblici, ma ha rimodulato i poteri del Garante della Privacy.

In particolare, volendo semplificare al massimo, è stato abolito un articolo del Codice della Privacy che imponeva agli enti che effettuavano controlli particolarmente invasivi della privacy dei cittadini, di consultare ( prima di procedere con il trattamento dei dati) il Garante ove vi fosse un rischio elevato di “compressione” degli interessi del privato.

L’obbligo di consultare prima il garante è stato abolito e, dunque, in caso di trattamento dati da parte di organi pubblici con rischio elevato per la privacy dei cittadini (si pensi ad esempio al trattamento dei dati sanitari), l’interesse pubblico prevarrà su quello privato.

Oltre alle modifiche apportate al Codice della Privacy, ci sono anche altre le misure che il Governo ha già messo in campo o che sta pensando di attuare.

Tra queste, due su tutte: l’anonimometro e la fatturazione elettronica.

Lotta all’evasione: le armi del Governo

Possiamo definire le misure di cui sopra come vere e proprie armi che consentono al Governo di combattere l’altrimenti impari battaglia agli invasori, laddove spesso con i vetusti strumenti utilizzati per l’accertamento finiva per essere una caccia alla streghe che conduceva a scarsi risultati.

In primis, vi è la fatturazione elettronica già a regime in verità e che durante la pandemia ha avuto un notevole impulso soprattutto per l’utilizzo dei negozi virtuali come base per gli acquisti.

In tal caso ovviamente si paga con carte di debito o credito spesso affiliate a circuiti quali PayPal e dunque risulta impossibile evadere le imposte come invece avviene quando si paga in contanti.

L’anonimometro invece è uno strumento di anonimizzazione che consente all’ente incaricato dei controlli (l’Anagrafe tributaria) di effettuare una “scansione” dei dati in forma anonima, per poi procedere con controlli mirati e più approfonditi in caso di riscontro di situazioni anomale rispetto alle fattispecie esaminate.

Insomma, per gli evasori, almeno questo è l’auspicio, ci saranno sempre meno scappatoie.