Grazie alla pandemia molti big del web come Amazon hanno realizzato guadagni spropositati. Ma quanto di questa ricchezza resta in Italia? 

Secondo un'inchiesta del The Guardian, Amazon, che durante lo scorso anno ha incassato cifre da capogiro, non ha pagato le tasse del 2020 in Europa grazie ad accordi fiscali molto vantaggiosi. 

Amazon non è la sola big del web abile a sfruttare i benefici fiscali che molti Paesi mettono a disposizione.   

Durante la propria audizione presso le commissioni finanziarie di Camera e Senato Gentiloni ha sottolineato il problema, facendo notare che molte di queste aziende “pagano meno tasse di un negozio di via del Corso". 

Gentiloni: i big del web pagano meno tasse di un negozio di via del Corso 

Nei giorni scorsi le Commissioni Finanze di Camera e Senato si sono riunite per svolgere un'indagine conoscitiva sulla riforma dell’Irpef.  

Tra i molti interventi che si sono tenuti, è stato particolarmente significativo quello di Paolo Gentiloni, commissario Ue all'economia, che ha voluto sottolineare l'esigenza di pensare un sistema di tassazione equo, che non penalizzi i negozi e le imprese.

Gentiloni ha fatto notare come, la crisi economica generata dalla pandemia, abbia ampliato e messo in luce le differenze che esistono tra i giganti del web e i normali negozi.

I primi pur fatturando miliardi pagano pochissime tasse nel nostro paese, mentre i secondi sono soggetti a tassazioni piuttosto alte. Per questo, secondo Gentiloni, è indispensabile ripensare trovare una soluzione che miri all'equità

Partendo da questa riflessione Gentiloni si è auspicato che la legge delega sulla riforma fiscale che dovrebbe arrivare nel PNRR a fine luglio, sia in grado di rispondere ad “alcune storiche sottolineature dell'Ue”. Gentiloni si riferisce in particolare alla riduzione della tassazione del lavoro, che nella situazione attuale deprime gli investimenti e incoraggia il lavoro nero. 

È indispensabile, sottolinea il commissario Ue, semplificare il sistema fiscale, sia per aiutare le imprese che in questo momento stanno vivendo una enorme crisi, sia per combattere l'evasione fiscale che continua a rappresentare un grosso problema, nonostante gli sforzi compiuti in questi anni. 

Gentiloni, che si è detto molto soddisfatto del lavoro svolto in questi ultimi mesi dal governo Draghi, ha detto che “servono strumenti globali se si vuole, da un lato combattere paradisi fiscali e frodi internazionali e dall’altra parte riallocare i proventi della tassazione su un criterio diverso da quello, semplicistico ma iniquo, del paese dove è allocata la sede legale”. 

Pur non facendo nessun esplicito riferimento ad Amazon, appare chiaro che la società americana che ha reso papà Bezos l’uomo più ricco del pianeta, sia l'esempio perfetto di quanto sostenuto da Gentiloni. 

I conti del the Guardian: perché Amazon non paga le tasse in Europa?  

Il The Guardian ha fatto i conti in tasca ad Amazon , non solo mettendo in luce l’enorme profitto che la società americana ha realizzato nel 2020 grazie al Covid-19, ma mostrando anche come l'azienda più prolifica nei tempi della pandemia sia riuscita a non pagare le tasse in Europa. 

Nonostante gli enormi introiti, oltre 44 miliardi di euro solo in Europa, realizzati durante lo scorso anno, Amazon sarebbe riuscita a risparmiare moltissimo sulle tasse, fino a non pagarne affatto in alcuni paesi.  

Com'è possibile che, proprio nell'anno in cui Amazon ha reso il suo fondatore l'uomo più ricco del pianeta, la nota società americana sia riuscita a spuntarla così? 

La sede legale di Amazon Europa si trova in Lussemburgo dal 2003. Qui la società europea di Amazon ha dichiarato perdite per 1,2 miliardi di euro durante il 2020.  

Ancora secondo il The Guardian, grazie a queste perdite, la società di Jeff Bezos, non solo non avrebbe pagato le tasse, ma avrebbe anche ricevuto 56 milioni di euro di crediti di imposta, utili a compensare tasse su eventuali profitti futuri.  

L’inchiesta del The Guardian ha certamente contribuito a riaprire il dibattito, ormai decennale, sulle web tax. 

La risposta di Amazon 

La società europea di Amazon è intervenuta in fretta, rilasciando la propria versione dei fatti nel tentativo di arginare il danno di immagine subito dopo l'inchiesta del The Guardian. 

Amazon Europa ha dichiarato con una nota che "Amazon paga tutte le tasse richieste in ogni paese in cui opera. L'imposta sulle società si basa sui profitti, non sui ricavi, e i nostri profitti sono rimasti bassi a seguito dei nostri ingenti investimenti e del fatto che la vendita al dettaglio è un’attività altamente competitiva e con margini ridotti". 

Mariangela Marseglia, country manager di Amazon per Italia e Spagna, durante un'intervista rilasciata Corriere della Sera, ha dichiarato che "In Italia il contributo fiscale nel 2019 è stato pari a 234 milioni di euro". Ovvero la 188esima parte di 44 miliardi. 

Ad oggi nessun documento è stato rilasciato da Amazon Europa a sostegno di questa dichiarazione. Rimane dunque un mistero quali imposte siano state pagate e quale contributo fiscale Amazon abbia versato in Italia. 

Sembra comunque chiaro che Amazon non paghi le tasse come le paga, per citare Gentiloni, un negozio di via del Corso. 

Amazon non dovrà pagare la multa 

Amazon Europa non è nuova a questo tipo di situazioni. Il dibattito sulle tasse non pagate da Amazon in Europa, e società web analoghe, esiste da tempo.  

Già nel 2017 la Commissione Europea aveva scelto di multare Amazon per una somma di 250 milioni di euro per via delle tasse non versate il Lussemburgo. 

La commissione riteneva che Amazon dovesse restituire le sovvenzioni ottenute dal Lussemburgo sulla base dell'accordo fiscale del 2003, che sono state reputate in disaccordo rispetto alle regole dell'Unione Europea. 

Amazon aveva presentato un ricorso al Tribunale dell'Unione Europea, che ieri ha accolto la richiesta della società di Bezos, annullando la multa. 

Sebbene l l'atteggiamento tenuto da Amazon Europa possa essere considerato eticamente scorretto, non può essere considerato contrario alle norme fiscali imposte dal Lussemburgo. 

Non solo Amazon: i dati di Mediobanca 

Amazon non è la sola grande realtà che ha scelto come propria sede legale uno dei paesi europei in grado di offrire enormi vantaggi fiscali, com'è il Lussemburgo.  

Secondo quanto emerge dall'indagine portata avanti da Mediobanca, pubblicato alla fine dello scorso anno,  i giganti del web sono abilissimi nello sfruttare i benefici fiscali offerti da alcuni paesi per pagare pochissime tasse. 

Lo studio R&S Mediobanca aveva studiato i bilanci di 25 giganti del web, negli anni compresi tra il 2015 e il 2019. Il rapporto evidenzia come realtà come Microsoft, Facebook, e la stessa Amazon avessero pagato molte meno tasse grazie alle tassazioni di paesi,come Lussemburgo, Olanda e Irlanda che offrono fiscalità estremamente agevolate. 

Come ha confermato anche il Tribunale dell'Unione Europea, Amazon, e le altre big del web, non fanno non fanno nulla di illegale. L’arte di queste grandi compagnie consiste nello sfruttare le condizioni fiscali più vantaggiose offerte da alcuni paesi, per pagare poche tasse, o non pagarne affatto.  

Chi ne paga le conseguenze? 

Un' organizzazione che realizza profitto in un paese ma paga le tasse in un altro, oppure non le paga affatto, esporta la ricchezza.  

Facciamo un esempio: quando acquisto un prodotto da un'azienda come Amazon, piuttosto che da un'azienda che paga le tasse nel mio paese, sto cedendo la mia ricchezza a un altro stato, o mi sto limitando ad arricchire l'organizzazione dalla quale sto acquistando un prodotto nel caso in cui questa non paghi affatto le tasse, così, egualmente, il denaro esce e migra verso un'altro paese. 

La questione, inoltre, come sottolinea Gentiloni, non è semplicemente legata agli introiti che l'Italia e gli altri paesi europei perdono dal mancato  pagamento delle tasse, ma è anche una questione di equità fiscale rispetto alle altre aziende che hanno la sede legale nel paese in cui operano e ne pagano regolari tasse. 

Permettere ad alcune aziende di godere di una pressione fiscale di favore rispetto ad altre, offre loro la possibilità di mantenere prezzi più bassi dei loro concorrenti che, gravati invece dal fisco, non riescono ad essere così competitivi.   

Per questa ragione è indispensabile che l'Unione Europea, e i paesi che ne fanno parte, prendano provvedimenti per tassare correttamente le grandi aziende del web in modo da non penalizzare le altre realtà che operano negli stessi territori. 

Far sì che l'acquisto su portali come Amazon sia così vantaggioso, rischia di affossare ulteriormente l'economia italiana perché i clienti sono spinti ad acquistare da giganti del web piuttosto che dal “negozio in via del Corso”. 

La situazione negli USA: Biden dice no 

In Europa si parla da tempo della possibilità di introdurre tasse sui profitti realizzati grazie alle vendite online. 

Chi, intanto, si è reso conto di quali intorti potrebbero garantire le grandi imprese è il neopresidente statunitense Biden che sta tentando di passare dalla teoria ai fatti. 

Il neopresidente sta dando battaglia a quelle multizonali che, grazie a complessi quanto legali stratagemmi fiscali, riescono a pagare zero tasse.  

Biden ha fatto un’interessante proposta all’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) di cui molti paesi Europei, tra cui il nostro, paese fanno parte.  L’idea del neopresidente è quella di tassare i proventi esteri delle multinazionali con un minimo del 21%.