Con l’arrivo della manovra in senato è cominciato quello che potrebbe essere l’unico passaggio parlamentare della legge di bilancio. A tenere banco più di altri temi c’è la riforma del fisco, con uno scontro tra partiti su come utilizzare i fondi stanziati dal governo. 

Nell’ultima settimana il totale dei soldi destinati al taglio delle tasse è salito fino a raggiungere gli attuali otto miliardi, ma come spartire questi fondi rimane il nodo cruciale per far proseguire il testo nel suo percorso parlamentare. Le tasse da ridurre sono due, Irpef, l’imposta sui redditi delle persone fisiche, e l’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive. 

Inizialmente l’obiettivo del governo era ridurre l’Irpef nello scaglione 28.000-55.000 euro, ma per alcuni questo avrebbe favorito troppo i redditi alti. Ora si parla di tagliare alche l’aliquota inferiore, ma bisogna trovare altri fondi. In tanto c’è chi spinge ancora sul taglio totale dell’Irap, che nelle intenzioni dell’esecutivo doveva semplicemente essere riorganizzata e assorbita da altre imposte. 

Irpef, i piani originali del governo

Quando si è parlato negli ultimi mesi di riforma del fisco, il governo ha sempre esplicitato l’obiettivo di tagliare il cosiddetto cuneo fiscale. Il termine identifica il peso che le tasse hanno sugli stipendi dei lavoratori, e in Italia è più alto sui redditi medi. 

Per questo il governo voleva ridurre l’aliquota dello scaglione 28.000-55.000 euro lordi, che attualmente sta al 38%. Un salto di ben undici punti percentuali dallo scaglione precedente, il secondo, che comprende i redditi tra 15.000 e 28.000 euro. 

Il taglio dell’Irpef dovrebbe avere un doppio effetto di aumentare le paghe ai lavoratori dipendenti che sono già sotto contratto, e ridurre il costo del lavoro per le aziende che eseguono nuove assunzioni. Questo perché una riduzione dell’Irpef non può essere assorbita dai datori di lavoro, ma deve riflettersi direttamente sugli stipendi dei dipendenti. 

Al contrario invece, una volta eseguita la riduzione delle aliquote, le aziende sono in grado di offrire gli stessi stipendi di prima ad un costo minore. Questo dovrebbe incentivare l’occupazione, che nel nostro paese al momento rimane una delle questioni più urgenti da risolvere. 

Esisteva poi anche un secondo livello della riforma fiscale, meno costoso e più diretto verso le aziende. Il governo avrebbe infatti voluto riorganizzare l’Irap, l’imposta regionale che grava sulle aziende, accorpandola ad altre imposte per le attività produttive. 

In questo modo la spesa sarebbe stata minima, e le aziende avrebbero potuto giovare di una riduzione del carico burocratico. Presto però si è fatta strada una vera e propria abolizione della tassa, del costo di circa 2 miliardi di euro, un quarto del totale dei fondi dedicati al taglio delle tasse, che sono 8 miliardi. 

Irpef, come è fatta la tassa sul reddito

Per capire perché è importante tagliare l’Irpef nel modo in cui lo sta facendo il governo, bisogna comprendere come funzioni l’imposta sul reddito in Italia. Prima di tutto l’Irpef è il principale responsabile del cuneo fiscale, accompagnato soltanto da IVA e contributi previdenziali. Tagliare questa imposta significa agire sul costo del lavoro in maniera decisa, ed è una misura fondamentale per la crescita del nostro paese. 

Sui redditi infatti gravano in Italia alcune delle tasse più alte d’Europa, che vanno a comporre l’enorme pressione fiscale cui i lavoratori sono sottoposti nel nostro paese. L’Irpef è diviso in scaglioni di reddito. Ogni scaglione ha un’aliquota che si applica solo a quella parte degli introiti. Da 0 a 15.000 euro l’Irpef vale il 23% dello stipendio lordo, con l’eccezione di chi guadagna meno di 8.174 euro, che invece è esente dalle tasse. 

Il secondo scaglione sale soltanto di 4 punti percentuali rispetto al precedente. Quindi fino a 28.000 si paga soltanto il 27% sullo stipendio lordo. Qui l’impianto di tassazione individua la fine dei redditi che devono essere agevolati dalle tasse. Il nostro sistema di tassazione è detto progressivo, ed è impostato così direttamente dalla costituzione. Significa che più si guadagna, più tasse si pagano in percentuale sul proprio reddito. 

Il sistema ritiene che chi guadagna più di 28.000 euro lordi all’anno sia benestante, e debba farsi carico di una fetta più consistente delle spese pubbliche. È così che il terzo scaglione, quello che va tra 28.000 e 55.000 euro, fa un salto che non ha paragoni nel resto degli scaglioni Irpef, di ben 11 punti percentuali, arrivando a tassare questa frazione di reddito al 38%. 

Gli scaglioni successivi ritornano ad essere di dimensioni simili, anzi minori, al salto del primo. Il quarto scaglione, che arriva a 75.000 euro paga il 41% di tasse, e il quinto, oltre i 75.000 euro, il 43%. È evidente come il sistema ponga una pressione altissima su un determinato scaglione di reddito, ritenendo quel salto molto più rilevante di altri. 

Il governo voleva attaccare questa parte di reddito per riavvicinarla allo scaglione precedente, riducendo il salto da 11 a 10 punti, anche se, come visto durante la discussione al senato, questo potrebbe non essere possibile. 

Irpef, le sei vie del ministero 

Arrivati in Senato però la semplice riforma indicata dal governo si è trasformata in una battaglia politica tra gli azionisti della maggioranza. Da una parte il Partito Democratico, sostenuto dai sindacati, che non solo vuole un taglio del cuneo fiscale ma vuole spostare l’attenzione su redditi più bassi, e dall’altra Lega e Forza Italia che invece tentano di ottenere di più per le aziende tramite il totale taglio dell’Irap. 

Per risolvere questo stallo il ministero dello sviluppo economico ha creato sei simulazioni, varie combinazioni di utilizzo degli otto miliardi stanziati per il taglio delle tasse che includono anche l’opzione di taglio dell’Irpef tramite il riordino delle detrazioni.

Lo scenario che ne esce è un taglio doppio dell’Irpef che riguarda sia l’aliquota al 38%, l’obiettivo principale del governo, che un taglio dell’aliquota del secondo scaglione, quella al 27%. In questo modo le due parti, PD e governo in questo caso, si vengono incontro. I Democratici accettano un taglio alle tasse per gli stipendi medio-alti, il governo accetta che il salto di 11 punti rimanga tale, anche se con entrambe le aliquote dei due scaglioni ridotte. 

Intanto Lega e Forza Italia sembrano essersi assicurate due miliardi per l’Irap. La tassa verrà di fatto abolita, favorendo le imprese. Una critica, mossa dalle associazioni delle piccole imprese a questa norma, è che ormai da anni l’Irap di fatto non esiste più per le piccole medie imprese. Il taglio andrebbe quindi a favorire soltanto le grandi aziende che ancora pagano per intero l’imposta regionale. 

Scontenti del taglio dell’Irap anche i sindacati, che per voce della vicesegretaria generale della Cgil, Gianna Fracassi, hanno sottolineato il numero già altro di fondi, 10 miliardi, dedicati dalla finanziaria alle imprese: "la legge di Bilancio contiene moltissime misure a favore delle imprese: oltre 10 miliardi di euro. Crediamo quindi che, se dobbiamo fare una scelta in questa fase, dobbiamo indirizzare queste risorse sui lavoratori e pensionati”. 

Irpef, servono più soldi?

Per come si sta delineando, l’intervento sulle tasse del governo non soddisfa appieno le richieste della società civile. I fondi impiegati sono paragonabili a quelli per altri interventi ritenuti meno necessari, e non sono secondo molti sufficienti a dare quella spinta alla crescita e all’occupazione che il governo vorrebbe.

In testa a queste critiche c’è quella del presidente di Confindustria Carlo Bonomi, che durante un’intervento a Potenza si è dilungato sulla questione della domanda interna, che il taglio delle tasse dovrebbe stimolare. Nonostante infatti l’export italiano vada molto bene, facendo segnare un nuovo record di 500 miliardi in un anno comunque difficile come il 2021 è la domanda degli italiani a non salire. 

La domanda interna, cioè la richiesta di beni e servizi che si genera dalle spese eseguite nel nostro paese, è ferma da decenni. Un suo aumento sarebbe importante per artigiani e piccole aziende, che spesso vivono del mercato interno. Secondo Bonomi, mettere a disposizioni più soldi agli italiani sarebbe un buono stimolo per far salire la domanda interna. 

Per questo il presidente di Confindustria chiede uno sforzo ulteriore al governo, un aumento della cifra totale destinata al taglio delle tasse e del cuneo fiscale di cinque miliardi, per raggiungere un totale di almeno tredici miliardi. 

Già con i fondi stanziati attualmente però, rivela l’ISTAT, l’aumento dei salari per i lavoratori dipendenti in Italia sarebbe sostanzioso. Se il taglio delle tasse fosse diretto esclusivamente verso le retribuzioni, si parla di una riduzione dell’1,5% rispetto al 2019 e dell’1,6% rispetto all’anno scorso del cuneo fiscale sui redditi dei lavoratori dipendenti. 

Irpef, ci sono le coperture?

Per quanto le cifre auspicate da Bonomi possano essere uno stimolo per l’economia italiana, la commissione bilancio del senato ha già sollevato alcuni dubbi sulle coperture degli otto miliardi fin qui stanziati dal governo per tagliare le tasse. 

“Si rileva che le disposizioni in commento fissano un obiettivo di spesa predeterminando la copertura finanziaria di oneri futuri, ancora da valutare, che per loro natura potrebbero non essere suscettibili di essere ricondotti nell’ambito di un tetto di spesa (pari alle risorse stanziate)”

Questo inciampo rivela quanto questa norma stia a cuore al governo, che solitamente è molto attento al debito pubblico, come dimostrato nel caso delle pensioni. La commissione ipotizza addirittura che, se i dubbi sulle coperture si rivelassero fondati, si potrebbe ipotizzare anche un ritardo nell’applicazione delle norme.