Al vaglio del Decreto Sostegni bis c’è anche la possibilità di riconoscere la malattia partita Iva, nel caso in cui il libero professionista contragga il Covid-19. Non ci sono coperture per assicurare un’indennità, come per i lavoratori dipendenti, ma perlomeno non si correrà il rischio di incorrere in sanzioni o multe per non aver rispettato una scadenza, lavorativa oppure di pagamento tasse e contributi nei confronti dello Stato.

Ebbene, sì perché contraendo il coronavirus, in caso contrario e senza l’approvazione di questo emendamento,il malcapitato libero professionista dovrebbe comunque continuare ad adempiere a tutti gli obblighi previsti, sia nei confronti della pubblica amministrazione che per quanto riguarda i propri clienti.

Quindi da una parte rispettare le scadenze dei pagamenti di tasse e tributi e dall’altra, quelle relative al mandato di lavoro che lo lega al proprio cliente.

Vediamo cosa succede quando un autonomo si ammala.

Malattia partita Iva, l’emendamento del Decreto sostegni

L’emendamento presentato farà parte dunque del nuovo decreto Sostegni in arrivo per fine mese. In realtà, nonostante le proposte di ampliare tali disposizioni anche alla malattia partita Iva in generale e relativamente all’infortunio dei liberi professionisti, la decisione attuale va nella direzione della sola malattia da Covid-19. 

Il progetto originario appunto chiedeva di contemplare tutti i periodi di malattia partita iva (da quella domiciliare alle forme più gravi oppure ai ricoveri ospedalieri o interventi chirurgici) ma non solo. Si chiedeva di poter far rientrare nella tutela anche l’infortunio, che può verificarsi ad esempio in seguito a un incidente stradale o nel caso in cui una freelancer perde il bambino in gravidanza oppure partorisce in maniera prematura.

Ebbene tutto ciò non rientra nell’emendamento presentato, per via della mancanza di coperture. Il decreto allora, come sottolineato per l’appunto, riguarderà soltanto la malattia partita iva da coronavirus.

I diritti per malattia partita Iva da Covid-19

In cosa consiste questo riconoscimento della malattia partita Iva per il libero professionista che si ammala di Covid-19?

In sostanza si congelano tutte le scadenze previste per quel periodo in cui non si può lavorare. Il professionista ammalato non può mandare avanti i progetti dal punto di vista professionale oppure pagare tasse o contributi in scadenza, quindi il tutto viene sospeso.

Il termine previsto per stare in stand-by è di 45 giorni. 

Dopodichè il professionista, pimpante oppure no, dovrà recuperare tutto il lavoro perduto nell’arco di sette giorni. Oltre ovviamente a provvedere al pagamento di quanto rimasto in sospeso nei confronti dello Stato, seppur in maniera indipendente dalla propria volontà, in quanto malato e impossibilitato a lavorare e quindi guadagnare.

L’emendamento al decreto Sostegni bis, per come presentato, in caso di approvazione dunque permetterà al libero professionista perlomeno di non dover subire, oltre al danno, anche la beffa di sanzioni e multe salate da pagare.

Liberi professionisti e Covid-19: cosa succede se si ammalano

Si pensi ad esempio alla categoria dei commercialisti oppure degli avvocati. Comunicazioni, trasmissione di atti o documenti sono all’ordine del giorno, per questa categoria di professionisti. Nel caso dunque di una mancanza di adempimenti professionali, contemplando anche il mancato versamento di tributi e contributi, il libero professionista non avrà anche il cruccio di rispondere economicamente e personalmente, né nei confronti della pubblica amministrazione né nei confronti dei propri clienti.

Tale agevolazione è valida ovviamente se si riesce a dimostrare che il mandato professionale ricevuto fosse antecedente al subentrare della malattia partita iva. Inoltre il libero professionista è tenuto a produrre tutta la documentazione medica necessaria per dimostrare la propria positività al Covid-19.

La prospettiva per il futuro, dal punto di vista normativo, è di aprire un varco in cui far rientrare, in tale disciplina della situazione, anche la malattia grave e il decesso stesso del libero professionista. In questo modo si eviterebbero ripercussioni per chi resta così come pesanti conseguenze a cui far fronte da parte dei clienti non più assistiti.

La disciplina della malattia partita Iva in Italia

Cosa succede se ci si ammala da “autonomo”?

Ricordiamo che in Italia il congedo per malattia retribuito, per chi lavora in maniera autonoma, non è previsto per artigiani o commercianti. Questo perché, come si evince dalla ratio del legislatore, in ogni caso, anche se il lavoratore si ammala, si può sempre mandare un parente a lavorare, in sostituzione del malato, da inquadrare come collaboratore familiare.

Gli altri lavoratori autonomi, devono necessariamente essere iscritti alla Gestione Separata Inps con almeno 12 mesi di contributi. A questo punto l’indennità giornaliera per la malattia domiciliare può arrivare ad un massimo di 22 euro.

Gli altri liberi professionisti, come avvocati o commercialisti in genere, devono invece rifarsi alle loro relative casse previdenziali, specifiche per l’Ordine.

L’unica alternativa per poter avere un paracadute nel caso di malattia partita iva o infortunio più in modo tale da poter contare su prestazioni su misura, in linea con le esigenze dei titolari delle piccole imprese.

Malattia partita Iva, la posizione degli Ordini

Ad ogni modo le associazioni di categoria esprimono soddisfazione, nei confronti di questo genere di novità, e dell’emendamento prossimo all’approvazione nel decreto Sostegni bis. 

Infatti soprattutto per liberi professionisti che hanno a che fare con la legge o con il fisco (come avvocati e commercialisti, per l’appunto), il mancato rispetto di una scadenza può avere ripercussioni gravi sul cliente assistito che quindi, messo alle strette, potrebbe ben rifarsi sul libero professionista, per far fronte a multe ed eventuali sanzioni da pagare a fronte dell’inadempienza.

Come si legge ad esempio in una nota del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Commercialisti:

Si tratta di un ulteriore e concreto passo nella direzione del riconoscimento di diritti a oggi negati ai professionisti italiani.

Per concludere

Liberi professionisti e popolo delle partite Iva sono le categorie più colpite di questo ultimo anno vissuto schiacciati da una pandemia a livello mondiale.

Purtroppo si tratta di lavoratori che a oggi ancora non hanno potuto riprendere a pieno regime le proprie attività lavorative, sia a livello commerciale che professionale, senza tra l’altro poter contare su aiuti economici da parte dello Stato, degni di nota.

Un pegno tutto italiano da pagare, laddove in altri Stati, prima ancora della chiusura più o meno programmata, c’erano fondi bonificati sui vari conti correnti dei lavoratori. Retaggio di una cultura tutta Made in Italy che vede il popolo degli autonomi come evasori fiscali che dunque nulla meritano, neppure di non dichiarare fallimento nel corso di un evento catastrofico come una pandemia.

Non tenendo però in alcuna considerazione che: 

  • sono proprio questi imprenditori oggi abbandonati a loro stessi a dare lavoro a decine di dipendenti e quindi- in caso di fallimento- a lasciarli a casa con le rispettive famiglie; 
  • che una volta finiti i risparmi, l’imprenditore senza accesso al credito né ristori o sostegni, finirà per diventare un altro peso sulle spalle dello Stato, del welfare in generale e di un’economia ormai in stallo e senza prospettiva di crescita;
  • che il pagamento delle tasse da parte dello Stato viene comunque richiesto, pur senza lavorare, dal momento che si impone di chiudere l’attività in nome della tutela della salute pubblica, ergo di tutta la popolazione, dipendenti e disoccupati inclusi, ma senza risarcimento. 

E infine che probabilmente se ci sono sussidi e redditi per chi non lavora e quindi non paga le tasse, probabilmente si sarebbero potuti trovare anche per chi invece, pur volendo continuare a lavorare, è stato impossibilitato a farlo.