La crisi ha aumentato le disuguaglianze, gli stati dovranno fare qualcosa. I ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, le tasse dovrebbero ancora una volta provare a smussare le differenze. Anche perché poi l’impatto della pandemia è asimmetrico anche dal punto di vista settoriale, per esempio alberghi e ristoranti sono finiti nella pressa, mentre le società di telecomunicazione e i venditori di pc hanno fatto i soldi. A tagliarla con l’accetta è questa una delle questioni della politica economica internazionale ripresa anche dall’ultimo World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale. Il titolo del documento è “Managing Divergent Recoveries”: l’accento è dunque sulle differenze che crescono, per esempio anche quella tra Stati Uniti o Cina (che hanno una ripresa robusta) ed Europa (che resta indietro anche per i fallimenti nella campagna di vaccinazione e la necessità di nuovi lockdown). Sembra comunque scontato che un po’ dappertutto la ricostruzione dovrà essere alimentata anche da nuove risorse fiscali.

“Dove elevati livelli di debito limitano il perimetro dell’azione, lo sforzo dovrebbe anche essere diretto alla creazione di spazio tramite una aumento della raccolta di risorse (minori esenzioni fiscali, ruoli fiscali più completi e il passaggio a un ben progettato sistema di imposte indirette), tramite una maggiore progressività delle tasse e con la riduzione dei sussidi inutili”

Corporate Tax: gli USA aprono il tema delle tasse alle imprese

La “corporate tax”, la tassazione delle imprese, è al centro del dibattito negli Stati Uniti, dove la ministra dell'Economia Janet Yellen (il nuovo segretario al Tesoro è l'ex numero uno della Fed) ha lanciato un appello ai partner internazionali per l’imposizione di una tassa minima globale sulle imprese.
Fino a un anno fa questa proposta sarebbe sembrata fuori dal mondo negli Stati Uniti, adesso sembra che abbia contribuito a un altro balzo di Wall Street. D’altronde a New York sanno da tempo che le tasse sulle imprese sono una delle basi del piano da 1.900 miliardi di dollari che il presidente Joe Biden ha messo in campo per la ripresa. 

La questione è all’attenzione da tempo, visto che tutte le maggiori economie del mondo da molti anni registrano un’erosione della base fiscale dovuta non solo ai paradisi fiscali, ma anche alla competizione sul fronte della tassazione delle imprese (basti guardare per esempio al rapporto UK-EU su questo aspetto).
La proposta di una tassa minima globale delle imprese ha subito ottenuto un appoggio da Francia e Germania ed è rimbalzata sui tavoli dei ministri dell’economia del G20.
Il forum delle prime 20 economie del mondo vede peraltro quest’anno la presidenza dell’Italia e proprio ieri la seconda riunione dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali di questi Paesi ha emesso una nota che è tornata su questi temi:

“I Membri del filone finanziario G20 sono concordi nel cooperare per un sistema di tassazione internazionale equo, sostenibile e al passo con i tempi. Dopo i progressi ottenuti in questo ambito nella precedente riunione ministeriale, Ministri e Governatori stanno lavorando per raggiungere un accordo su soluzioni concordate sull’agenda della tassazione internazionale entro la metà luglio 2021”

La questione non è semplice, il Guardian ricorda che l’Irlanda ha una tassazione sulle imprese del 12,5%, tra le minori del mondo, tanto che i colossi in entrata e in uscita (fiscale) da Dublino scuotono il Pil del Paese e creano vere e proprie battaglie in Europa. Diversi Territori d’oltremare britannici o dipendenze della Corona hanno una bassissima o addirittura azzerata aliquota fiscale sulle imprese (comprese le Cayman e il Guernsey). 

La questione è potenzialmente molto divisiva. Una tabella Ocse rivela che il Regno Unito, la Polonia, la Slovenia e la Repubblica Ceca con tassazione di appena il 19% sulle imprese, contro il 21% degli Stati Uniti, il 24% dell’Italia, il 32% della Francia

Cosa succede dunque con Biden? Reuters spiega che vorrebbe alzare le corporate tax degli Stati Uniti dal 21 al 28%, quindi, siccome teme il dumping fiscale dei concorrenti, avrebbe un vantaggio da una tassa globale minima del 21% che spingerebbe al rialzo il fisco in molti Paesi. Probabilmente i malumori non mancherebbero, ma va detto che un po’ dappertutto gli Stati dovranno in qualche maniera recuperare nuove risorse per far fronte al debito accumulato durante la crisi e alimentare la crisi.

Nuovo debito e nuove tasse, ma non per tutti

La reazione alla pandemia con politiche fiscali adeguate contro le disuguaglianze da Covid viene suggerita anche da un approfondimento del blog del Fondo Monetario Internazionale firmato da David Amaglobeli, Vitor Gaspar e Paolo Mauro.
La maggior parte dei Paesi dovrà aumentare gli introiti (quindi almeno in parte le tasse, ndr.) e migliorare l’efficienza della spesa, afferma il testo.
Le disuguaglianze di accesso alle strutture sanitarie e di povertà relativa – aggiunge il testo – hanno riflesso gli effetti della pandemia anche nei tassi di mortalità.
Ma le asimmetrie si sono riflesse anche nell’istruzione, per esempio si calcola che le chiusure e la perdita di formazione nel 2020 siano state di un quarto dell’anno scolastico nelle economie avanzate e almeno il doppio nei paesi emergenti, con il pericolo che fino a 6 milioni di studenti in questi Paesi lasci la scuola quest’anno. Un disastro anche economico, perché la formazione è la base del contrasto alle disuguaglianze sociali e la ripresa impone ovunque un vasto investimento in servizi pubblici che solo una maggiore capacità fiscale, ossia tasse, potrà finanziare. 

“Migliorare l’accesso ai servizi pubblici di base richiederà più risorse che possono essere mobilizzate, in base alla situazione del singolo Paese, rafforzando la capacità fiscale totale. Alcuni Paesi potranno affidarsi su maggiori tasse di successione o la proprietà immobiliare. Gli stati potrebbero anche aumentare la progressività fiscale: mentre alcuni governi hanno la possibilità di aumentare le aliquote fiscale personali sui redditi più alti, altri potrebbero concentrarsi sull’eliminazione delle scappatoie nella tassazione delle rendite da capitale. I governi potrebbero inoltre considerare dei contributi fiscali temporanei alla ripresa dalla pandemia da parte delle famiglie più abbienti e modernizzando la tassazione sul reddito delle società”

L’FMI propone dunque un ventaglio di ricette, che puntano a ridurre le disuguaglianze evitando che continuino a crescere a danno dei più colpiti dalla pandemia, spesso (ma no sempre) i gruppi più fragili della popolazione. D’altronde con il numero dei miliardari aumentato del 30% con la pandemia, mentre la povertà aumenta anche nei Paesi più ricchi, il rischio di uno scollamento sociale cresce ogni giorno di più.

“Una elevata spesa sociale è efficace nel ridurre la povertà soltanto quando fornisce un’assistenza adeguata e copre i segmenti più poveri della società. Sviluppare e mantenere registri sociali completi con un sistema affidabile di identificazione del cittadino è un buon investimento. Questi elementi andrebbero completati con meccanismi di distribuzione efficaci come pagamenti elettronici e, dove l’accesso ai conti bancari è limitato, con i trasferimenti di denaro”.

(Giovanni Digiacomo)