Con la Brexit ormai diventata realtà dal 31 gennaio, il prossimo compito del Regno Unito e della UE sarà sottoscrivere un accordo commerciale. Attualmente il termine è fissato per la fine del 2020, anche se appare sempre più probabile un rinvio a causa del COVID-19. Prima che la pandemia monopolizzasse tutta l’attenzione, abbiamo sentito molti analisti ed esperti dipingere un quadro fosco, caratterizzato da dazi elevati, regimi normativi incompatibili e onerosi controlli doganali che danneggerebbero le esportazioni europee nel Regno Unito, qualora le due parti non riuscissero a raggiungere un accordo. Quando il panico legato alla pandemia si allenterà e si ricomincerà a parlare di Brexit, non sarebbe sorprendente vedere un riemergere di questi timori.

Tuttavia, non riteniamo che uno scenario senza accordo implicherebbe necessariamente ulteriori problemi e difficoltà per le economie di entrambe le parti. La UE non ha bisogno di accordi speciali per commerciare con gran parte del mondo, e non vediamo perché per il Regno Unito dovrebbe essere diverso.

Innanzitutto, secondo noi, una Brexit senza accordo non è particolarmente probabile. Anche se i politici europei e britannici affermano spesso che non modificheranno le loro richieste commerciali, riteniamo che queste dichiarazioni facciano parte di una tattica di negoziazione tipica delle prime fasi dei colloqui. A nostro parere, i legami commerciali esistenti rappresentano per entrambe le parti un incentivo a cercare un compromesso. Per esempio, il 9,9% delle esportazioni britanniche sono state destinate alla Germania nel 2019, mentre il 5,9% delle esportazioni tedesche hanno riguardato il Regno Unito (1). Anche le fluttuazioni commerciali che si sono verificate intorno al 29 marzo 2019, data inizialmente fissata per la Brexit, sottolineano l’importanza del Regno Unito come partner commerciale. Le esportazioni tedesche sono aumentate del 2,5% anno su anno nel primo trimestre del 2019, spinte da un aumento del 5,9% delle spedizioni verso il Regno Unito mentre le aziende si affrettavano a evadere gli ordini prima della Brexit (2). Dopo tale data, le esportazioni tedesche sono diminuite dell’1,3% anno su anno nel secondo trimestre, mentre le spedizioni verso il Regno Unito sono crollate del 14,6% (3). Andamenti simili nelle esportazioni legate al Regno Unito si sono verificate intorno alla data di uscita stabilita inizialmente anche in Italia, Spagna e Francia (4).

In secondo luogo, riteniamo che raggiungere un accordo commerciale sia più semplice quando entrambe le parti iniziano da un terreno comune. Il Regno Unito e la UE hanno sostanzialmente regimi normativi simili grazie ai rapporti regolari che li hanno sempre legati, un fatto che suggerisce anche che eventuali differenze normative emergerebbero gradualmente in uno scenario “no deal”, dando alle aziende europee il tempo di adattarsi.

Detto ciò, una Brexit senza accordo è possibile, ma non riteniamo probabile che distrugga le relazioni commerciali tra Regno Unito e UE. In mancanza di un accordo, sarebbero applicati i termini commerciali dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Ai sensi della clausola della nazione più favorita (CNPF), i paesi membri dell’OMC devono applicare gli stessi termini commerciali (inclusi i dazi) a tutti gli altri stati membri, a meno che non abbiano sottoscritto un accordo separato. Poiché sia il Regno Unito che la UE hanno stato CNPF, rimarrebbero in vigore questi termini. Inoltre, a nostro avviso, i termini dell’OMC non sono particolarmente onerosi o restrittivi e prevedono poche barriere e dazi ridotti. Attualmente, l’aliquota media dei dazi per la UE (e di conseguenza per il Regno Unito) ammonta a un modesto 3,0%.

Il Regno Unito sta anche prendendo in considerazione l’idea di ridurre unilateralmente molti dazi una volta che sarà fuori dalla UE. Ai sensi della clausola CNPF, i nuovi dazi ridotti si applicheranno a tutti i paesi membri dell’OMC, con esclusione di quelli con cui il Regno Unito ha sottoscritto accordi commerciali separati. Di conseguenza, in assenza di un accordo, queste aliquote saranno valide anche per le esportazioni europee. Per quanto riguarda le barriere non tariffarie, anche se il Regno Unito ha minacciato severi controlli alle dogane sulle merci importate, riteniamo che questo sia un altro esempio di strategia negoziale che mira a partire da posizioni intransigenti per ottenere concessioni. Considerando che entrambe le parti hanno tutto l’interesse a far circolare le merci, non saremmo sorpresi se Londra tornasse ai piani precedenti di velocizzare e minimizzare i controlli doganali.

Infine, pensiamo che non siano necessari accordi-spettacolo come quelli sottoscritti da Stati Uniti e UE per instaurare stretti rapporti commerciali. Nel 2018, i commerci tra Stati Uniti e UE hanno raggiunto un valore pari a 1.200 miliardi di euro, di cui 626 miliardi di euro di esportazioni europee (5). Gli Stati Uniti sono stati la destinazione principale delle merci europee nel 2019, rappresentando il 18% del totale (6).

A nostro parere, sono ben pochi i motivi per immaginare barriere normative particolarmente rigide tra Regno Unito e UE in uno scenario “no deal”. La maggior parte della produzione economica britannica, e il 41% delle sue esportazioni verso la UE nel 2018, è costituita da servizi (7). Tuttavia, esistono già numerose barriere al commercio dei servizi all’interno della UE, in particolare per quanto riguarda i servizi professionali (per esempio commercialisti, avvocati e architetti) e i trasporti aerei. Poiché la UE non disponeva di libero accesso ai servizi britannici in passato, non ci sembra che una situazione priva di accordo costituirebbe un cambiamento drastico da questo punto di vista.

Il settore dei servizi finanziari fa eccezione. Ai sensi delle norme “passporting”, le istituzioni finanziarie europee al momento godono di accesso libero all’intero blocco. Tra i tanti articoli che esaminiamo regolarmente, molti presumono che una Brexit senza accordo costringerebbe le aziende finanziarie con sede nel Regno Unito a registrarsi in modo indipendente in ogni paese della UE, mentre le aziende finanziarie europee dovrebbero fare lo stesso per operare nel Regno Unito. Tuttavia, questo non significa che l’accesso libero debba scomparire. Sono già oltre 1.000 le aziende finanziarie europee che hanno presentato domanda per aprire una sede nel Regno Unito e riuscire così a continuare a operare come hanno fatto finora (8).

Per quanto riguarda i commerci di beni, non riteniamo necessario un accordo completo per mantenere il movimento delle merci, anche in caso di differenze legislative. In molti settori, il Regno Unito e la UE potrebbero probabilmente servirsi del “mutuo riconoscimento”, ai sensi del quale ogni parte può dimostrare la compliance dei propri prodotti alle regole (diverse) dell’altra parte. La UE lo utilizza già internamente per molti prodotti per i quali le normative nazionali degli Stati membri sono diverse (9). Pensiamo che potrebbero fare lo stesso con il Regno Unito, anche senza accordo. La UE dispone di “accordi di mutuo riconoscimento” (MRA) relativi a diversi settori con la Cina, l’Australia, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti, e nessuno di questi paesi ha sottoscritto accordi commerciali completi con l’Unione Europea.

Anche senza MRA, riteniamo che il commercio probabilmente continuerà a prosperare. La maggior parte dei produttori britannici ha già fatto in modo di certificare i propri prodotti presso gli enti normativi europei, nel caso risultasse impossibile applicare il “mutuo riconoscimento”. Pensiamo che le aziende europee possano fare lo stesso per mantenere l’accesso ai mercati britannici. Senza la certificazione, le aziende europee sarebbero costrette ad apportare lievi modifiche ai loro prodotti per poterli vendere nel Regno Unito. Peraltro, si tratta di una pratica comune in tutto il mondo, in particolare quando è in gioco l’accesso a un grande mercato. Le relazioni commerciali tra Stati Uniti e UE offrono un paio di esempi al riguardo. Poiché la UE ha normative molto più severe sui principi attivi contenuti nei prodotti per la cura della pelle, le aziende su entrambe le sponde dell’Atlantico hanno sviluppato versioni diverse per ogni mercato. Oltre a mantenere i loro clienti, le innovazioni portano ottima pubblicità quando le recensioni confrontano i prodotti. Oppure pensiamo al Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) dell’Unione Europea, un'ampia revisione delle norme relative alla riservatezza dei dati personali che è entrato in vigore nel maggio del 2018. Le aziende statunitensi che fanno affari con i cittadini europei, e che quindi trattano i loro dati personali, hanno dovuto affrontare seri problemi di compliance. Tuttavia, la quasi totalità di queste aziende ha preferito apportare le modifiche necessarie piuttosto che abbandonare un mercato chiave.

A parte i dettagli relativi agli accordi post Brexit, riteniamo che le aziende europee beneficeranno semplicemente del fatto di conoscere i risultati delle negoziazioni. Hanno avuto anni per prepararsi a un’ampia varietà di possibili esiti e una visione più chiara di cosa devono aspettarsi consentirà loro di implementare i piani appropriati e di aumentare gli investimenti, secondo la nostra opinione. Non importa dove condurranno queste negoziazioni, secondo noi qualsiasi risultato è meglio dell’attesa.

Fisher Investments Italia è la denominazione commerciale utilizzata dalla succursale di Fisher Investments Ireland Limited operante in Italia (“Fisher Investments Italia”). Fisher Investments Italia è iscritta con il n° 182 nell'“Elenco delle Imprese di Investimento autorizzate in altri Stati UE con succursale in Italia”, tenuto dalla Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (“Consob”), e al Registro delle Imprese di Parma (numero di iscrizione e codice fiscale: 97838750152; partita IVA: 02903080345; numero REA: PR-276048).

Il presente documento contiene le opinioni generali di Fisher Investments Italia e Fisher Investments Europe e non deve essere considerato alla stregua di una consulenza personalizzata in materia di investimento o di natura fiscale, né tantomeno come un riflesso delle performance dei clienti. Non è possibile garantire che Fisher Investments Italia o Fisher Investments Europe manterrà queste opinioni, che potrebbero cambiare in qualsiasi momento in base a nuove informazioni, analisi o riconsiderazioni. Nulla nel presente deve essere inteso come una raccomandazione o una previsione delle condizioni di mercato. Al contrario, è da intendersi come l’illustrazione di una tesi. Le condizioni di mercato attuali e quelle future potrebbero presentare numerose differenze rispetto a quelle qui illustrate. Inoltre, non si forniscono garanzie in merito all'accuratezza delle ipotesi formulate negli esempi qui presenti. L’investimento nei mercati finanziari comporta il rischio di perdita e non è possibile garantire il rimborso totale o parziale del capitale investito. Le performance passate non sono una garanzia né un indicatore affidabile di performance future. Il valore degli investimenti e i relativi rendimenti sono soggetti alle fluttuazioni dei mercati finanziari mondiali e dei tassi di cambio internazionali.

_

Note

  1. Fonte: FactSet, 12/03/2020.
  2. Ibid.
  3. Ibid.
  4. Fonti: FactSet e National Institute of Statistics and Economic Studies, dati al 12/03/2020.
  5. Fonte: Office of the US Trade Representative, dati al 06/03/2020. https://ustr.gov/countries-regions/europe-middle-east/europe/european-union
  6. Fonte: Eurostat, dati al 6/03/2020. https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/USA-EU_-_international_trade_in_goods_statistics
  7. Fonte: House of Commons Library, dati al 16/12/2019. https://researchbriefings.parliament.uk/ResearchBriefing/Summary/CBP-7851
  8. “Over 1000 EU financial firms planning to open UK offices after Brexit”, Anna Menin, City A.M., 20/01/2020. https://www.cityam.com/over-1000-eu-financial-firms-planning-to-open-uk-offices-after-brexit/
  9. “In rejecting mutual recognition, the inflexible EU would violate the spirit of WTO rules”, Victoria Hewson, The Telegraph, 22/01/2020. https://www.telegraph.co.uk/politics/2020/01/22/rejecting-mutual-recognition-inflexible-eu-would-violatethe/