Oramai da anni una sola domanda sembra lasciare perplessi i leader europei: come possiamo modificare le nostre politiche fiscali per ottenere reddito da società che vendono servizi digitali nei nostri paesi, ma non sono presenti fisicamente e per questo non soggette alle imposte locali? Più e più volte opinionisti e politici si sono indignati del fatto che le grandi società tecnologiche, spesso americane, non paghino “la loro giusta parte”. Si tratta di un tema che riscalda gli animi ad ogni vertice dell’UE, ma anche alle riunioni dei leader mondiali di G-7 e G-20, con i capi di stato e di governo che si trovano spesso d’accordo sulla necessità di un cambiamento, senza però trovare armonia sul come. Malgrado questo discorso porti un po’ d’incertezza sulle azioni delle società tecnologiche, non crediamo che presenti grandi ostacoli né motivi per convincere ad evitare questo settore.

All’interno dell’UE, le origini amministrative della web tax risalgono a marzo 2018, quando la Commissione Europea (CE) ha fatto la prima proposta di un’imposta che si rivolgesse in larga parte ai giganti tecnologici (1). Al momento queste società sono tassate tramite le cosiddette regole di stabile organizzazione estera, ovvero pagano le tasse solo laddove siano installate fisicamente (2) e per questo molti giganti di Internet stabiliscono la propria presenza europea in paesi con regimi fiscali favorevoli come Irlanda e Lussemburgo, che consentono loro di versare le tasse su tutti i loro redditi europei ad aliquote decisamente basse. I governi di altre nazioni dell’UE sostengono che gli venga ingiustamente impedito di tassare le operazioni commerciali che si svolgono nei loro paesi.