Il cambiamento climatico e le conseguenze arrecate nel corso dei decenni, sono un dato evidente non più trascurabile. Infatti, specialmente negli ultimi anni, l’attenzione rivolta verso il cambiamento climatico e i danni arrecati dall’uomo al pianeta, stanno prendendo sempre più campo. In particolar modo, sono le giovani generazioni a dimostrarsi maggiormente sensibili e attente alla tutela dell’ambiente, selezionando in modo consapevole quegli alimenti con impatto ambientale inferiore.

CO2 e gas serra: cosa sono e come si creano

Uno degli effetti più dannosi e inesorabili per il nostro pianeta e per la nostra salute, è senza dubbio la produzione di monossido di carbonio, un gas inodore ed incolore che può arrivare a produrre morte immediata per chiunque lo respiri.

Per esser precisi, non è corretto circoscrivere alla sola produzione di emissione di CO2 il maggior impatto in termini di surriscaldamento globale. Infatti, il monossido di carbonio è solo uno tra i gas ad effetto serra che maggiormente contribuisce al riscaldamento del pianeta, ma non certamente l’unico. In particolare, l’aumento delle emissioni di CO2 e più in generale dei gas serra sono dovute alla combustione di carbone, petrolio e gas, alla deforestazione, agli allevamenti di bestiame, all’impiego di gas fluorurati (o gas artificiali utilizzati ampiamente nelle attività industriali come refrigeranti), etc.

Quali sono gli alimenti con maggior impatto ambientale

Sulla base di quanto sopra riportato, come possiamo quindi, nel nostro piccolo, ridurre questo continuo incremento di emissioni? Da questa domanda sono partite le ricerche della fondazione Openpolis, la quale ha stilato una classifica dei cibi con maggior impatto ecologico.

Maglia nera per carne e latticini. In particolar modo nella nostra top 5 degli alimenti che contribuiscono maggiormente all’emissione di gas serra, al primo posto traviamo la carne di manzo, di agnello seguita dai formaggi e dai prodotti caseari. In terza posizione troviamo i prodotti ittici e chiudiamo con i prodotti agricoli fuori stagione e quelli di agricoltura non biologica.

La carne

L’industria della carne, infatti, è tra le maggiori produttrici, registrando una percentuale di emissioni superiore al 18% delle emissioni globali (fonte FAO - Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura). Ma non solo, in quanto è anche causa dell’80% della deforestazione mondiale. In Italia, Lituania, Repubblica Ceca e Grecia tale la percentuale arriva all’85%, mentre in Bulgaria si registra il dato più basso al 75%.

Si pensi alla necessità incrementale di superfici via via sempre più grandi per la produzione di foraggio e cereali necessari al nutrimento degli allevamenti. In particolare, gli allevamenti intensivi sono i principali responsabili delle emissioni inquinanti globali. Solo il 15% dei produttori di carne provoca ben 1,3 miliardi di tonnellate di CO2 e consuma 950 milioni di ettari di suolo.

Come ridurre l’impatto ambientale a tavola

C’è da riconoscere che, nonostante i dati sopra riportati, negli ultimi anni, complice anche la pandemia, le abitudini alimentari degli italiani sono cambiate radicalmente. Infatti, come dichiarano i dati dell’Osservatorio Nomisma “The world after lockdown”, in Italia cresce l’attenzione alla sostenibilità, al recupero di prodotti Made in Italy, a km 0 e biologici. 

Da dieta mediterranea a planeterranea

Sebbene l’Italia sia uno dei paesi con una maggior produzione di emissioni di gas serra, è anche vero che la Dieta mediterranea, viene dichiarata dal 16 novembre 2010 Patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco e dal 2017 a oggi detiene il primato di stile alimentare più salutare secondo la classifica stilata dall’U.S. News & World Report. Ad ogni modo, recentemente, si sta cercando di renderla maggiormente un modello alimentare coerente con gli accordi di Parigi sul clima e con obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda Onu 2030. Infatti, negli anni, è stato proprio l’impiego della Dieta mediterranea in ogni parte del pianeta a compromettere la sostenibilità ambientale. Si pensi alla forzatura di esportare la Dieta anche in luoghi che per ragioni climatiche non producono i medesimi prodotti della versione tradizionale.  

Proprio per questa ragione, l’Università Federico II di Napoli parla di Dieta Planetterranea, con lo scopo di rendere la Dieta mediterranea replicabile ovunque, attraverso l’adattamento della tipica ‘piramide alimentare’ agli ingredienti disponibili (e culturalmente ammessi) nel Paese che dovrà adottarla. 

Cosa fare quotidianamente nel concreto

  • ridurre il consumo di carne;
  • evitare gli sprechi inutili e recuperare i cibi avanzati in un’ottica eco-friendly;
  • evitare il pesce proveniente da allevamenti intensivi e promuovere la pesca locale;
  • comprare prodotti locali e cibi di stagione;
  • scegliere aziende biologiche e meno raffinate;
  • evitare prodotti con confezionamento eccessivo e prediligere prodotti sfusi o alla spina;
  • bere l’acqua del rubinetto, la quale oltre a non inquinare è anche gratuita e sicura.

Le iniziative non mancano anche a livello istituzionale, sebbene sia certamente più complesso trovare una quadra per tutte le esigenze. Ad ogni modo, una delle battaglie intraprese dagli esperti negli ultimi anni, è quella di attuare un piano per persuadere i cittadini ad adottare una dieta maggiormente sostenibile e meno inquinante. Infatti, attraverso la strategia Farm to fork, facente parte dell’European green deal, l’Unione Europea intende attuare entro la fine del 2022 un’etichettatura a semaforo sui cibi.

In questo modo, si renderebbe più agevole la comunicazione delle informazioni salutistico nutrizionali di alimenti e bevande. E  permetterebbe ai consumatori di effettuare scelte consapevoli a seconda del colore - dal verde al rosso - riportato sulla confezione.