I partecipanti al mercato scommettono che domani la Fed taglierà per la terza volta il tasso, cosa che quindi non costituirebbe una sorpresa, in linea con i toni accomodanti della riunione della scorsa settimana della BCE, l’ultima presieduta da Mario Draghi. Noi propendiamo invece per un’impostazione più cauta, considerando il forte dissenso di buona parte dei banchieri dopo la decisione sul tasso di settembre e il commento del governatore della Fed Powell, che a luglio aveva parlato di un “aggiustamento di medio ciclo” e non di un ciclo di riduzione del tasso. Lasciando stare i dati contraddittori sull’attività manifatturiera di Markit e dell’ISM, il rapporto sul lavoro di settembre sembra confermare una crescita solida nella seconda metà del 2019, sebbene l’inflazione mostri un lieve indebolimento. La prospettiva di un’ulteriore sforbiciata dei tassi nel 2020 appare dunque poco plausibile, anche se sarebbe una mossa accomodante alla luce del disavanzo di bilancio nel 2019. La conferma di un taglio del tasso mercoledì sarebbe un evento negativo per il biglietto verde.

Vista la recente pubblicazione del bilancio USA per il 2019, con un deficit pari a $984 miliardi, il più consistente degli ultimi sette anni e il quarto maggiore aumento del disavanzo dovuto all’aumento della spesa e ai pagamenti degli interessi sul debito, un taglio del tasso aiuterebbe l’amministrazione federale, che, a settembre 2019, aveva accumulato un debito pari a $22,73 mila miliardi. Un taglio dello 0,25% del tasso sui Fed Funds sembra dato per scontato, con una probabilità del 92% (61,50% all’inizio di ottobre). Domani sarà pubblicato il dato PCE core e venerdì il rapporto sull’occupazione di ottobre, dati che influirebbero sulla decisione della Fed. Riteniamo quindi che un taglio del tasso favorirebbe l’indebolimento dell’USD, sulla scia dell’ulteriore accomodamento e degli aggiustamenti di strategia nelle operazioni di carry trade, mentre il CAD, ad esempio, trarrebbe un vantaggio rilevante per effetto dei tassi più elevati.