Quello che a molti è sembrato un vero e proprio endorsement del governing council della FED in occasione dell’ultima riunione del FOMC (Federal Open Market Committee ndr) circa la possibilità del famigerato primo rialzo dei tassi a Dicembre, in realtà non è altro che l’impegno concreto della Federal Reserve a riportare chiarezza nel panorama dei mercati impazziti a seguito dell’ultimo, comunicativamente disastroso, appuntamento del braccio armato dell’istituto di Washington.

In realtà la percezione del tono hawkish (restrittivo in termini monetari ndr) di Yellen e co. da parte degli analisti ha contribuito solo a riportare la probabilità di un rialzo a Dicembre dal 33% al 50%, mentre in effetti la direzione che intraprenderanno a Constitution Avenue è e rimane legato all’andamento dei dati macroeconomici.

Tuttavia è da rilevare come anche oltreoceano stiano attuando il cosiddetto “metodo Draghi” che consta sostanzialmente nell’annuncio più o meno esplicito della possibilità che una determinata misura venga poi formalizzata dalla BCE. Un atteggiamento di prevedibilità che pure la Yellen aveva, almeno nelle intenzioni, fatto proprio, con risultati che purtroppo non sono stati così incoraggianti.

In conclusione ciò che esce dalla riunione dell’ultimo FOMC è stata la necessità per la FED di valutare anche dal punto di vista quantitativo quali reazioni potrebbero avere i mercati rispetto un’inversione di rotta e il test è stato positivo vista la risposta razionale di tutte le principali asset class. Ma per ora la FED sta solo sperimentando: nonostante sia stato rimosso il riferimento alla bufera cinese ed emergente, i fondamentali macroeconomici a stelle e strisce rimangono, come atteso, poco brillanti sia sulla valutazione di medio periodo, sia sulle rilevazioni periodiche proiettando la possibilità di confrontarsi sul primo vero banco di prova della PIL in conclusione del quarto trimestre.