Peggiora l’umore degli investitori

Martedì gli indici azionari USA hanno ampliato i rialzi. L’S&P500 ha guadagnato il 3,06% e il Nasdaq il 3,95%, con i titoli tecnologici a fare da traino al rally.

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Martedì gli indici azionari USA hanno ampliato i rialzi. L’S&P500 ha guadagnato il 3,06% e il Nasdaq il 3,95%, con i titoli tecnologici a fare da traino al rally. Durante la seduta di New York, le grandi banche hanno fatto segnare le prestazioni peggiori, seguite dai titoli del comparto energia.

Le banche USA sono state vendute dopo che gli utili societari del primo trimestre hanno mostrato che i profitti sono stati colpiti dai consistenti accantonamenti, per un valore superiore ai $12 mila miliardi di dollari, per il possibile mancato pagamento da parte di titolari di carte di credito e società petrolifere. Le banche dovranno fronteggiare anche un periodo prolungato di tassi d’interesse molto bassi dopo i tagli ravvicinati decisi negli USA e altrove per combattere il rallentamento economico provocato dal coronavirus. Invece, come previsto, i profitti dalla divisione trading hanno aiutato JP Morgan (-2,84%) a rimanere a galla, mentre Wells Fargo ha superato, a sorpresa, le previsioni sui profitti da interessi attivi. Oggi Bank of America, Goldman Sachs e Citi pubblicheranno i loro rapporti sugli utili, giovedì sarà la volta di Morgan Stanley.

Martedì il greggio WTI (-7,36%) è scivolato brevemente sotto i $20 al barile, dopo che la decisione del gruppo OPEC+ di tagliare la produzione di 9,8 milioni di barili al giorno è stata fischiata dagli investitori. Il venir meno delle attese su un intervento significativo sul fronte dell’offerta, oltre alle incertezze sulla potenziale durata della flessione della domanda globale di petrolio, continuano a pesare sui prezzi del petrolio. In tali circostanze, i produttori avrebbero tutto l’interesse a rivedere la loro decisione, visto che una produzione giornaliera più bassa e un prezzo di mercato inferiore non fanno che danneggiare i ricavi in modo generalizzato. Ma, al momento, non ci sono speranze in questo senso. Gli aumenti del prezzo oltre la soglia dei $23 potrebbero dunque offrire interessanti opportunità di vendita sui massimi per gli orsi del petrolio. Il potenziale al ribasso viene tuttavia arginato intorno al livello a $20, un calo sotto questa soglia significherebbe che in gran parte delle nazioni produttrici di petrolio la produzione subisce un calo naturale, dove l’estrazione diventa economicamente insensata.

In Asia le borse si sono mosse in modo contrastato. L’ASX 200 è sceso dello 0,93% dopo che l’indice NAB sulla fiducia delle aziende ha segnalato un crollo storico, a -66 punti, a fronte dei -2 punti del mese precedente; l’indice sui consumatori Westpac è invece precipitato del 17,7% ad aprile, a fronte del -3,8% di un mese fa. In Cina, le azioni hanno avuto un andamento da piatto a negativo, con lo yuan in calo sull’annuncio di ulteriori stimoli in arrivo dalla banca centrale cinese (PBoC). Il Nikkei è scivolato dello 0,4%.

Nel frattempo, le notizie sulla durata e sulla portata della recessione provocata dal coronavirus dovrebbero continuare a occupare le prime pagine dei giornali e a rovinare l’umore degli investitori. Ieri l’FMI ha avvertito che la recessione economica che seguirà il “Grande Lockdown” sarà la più marcata da un secolo, e l’Ufficio britannico per la Responsabilità del Budget (OBR) ha detto che l’economia britannica potrebbe contrarsi fino al 35% nel secondo trimestre dell’anno, calo peggiore dal 1957. Anche le maggiori banche si aspettano una flessione superiore al 30% nella crescita delle economie sviluppate nel secondo trimestre e forse le cifre non sono un’esagerazione.

In tali circostanze, e con gli utili trimestrali del primo trimestre che incombono, i recenti rialzi visti sui mercati azionari potrebbero rappresentare la calma prima della tempesta. Gli investitori potrebbero chiudere le loro posizioni e mettersi al riparo in un batter d’occhio. Ecco perché i beni rifugio vengono curiosamente richiesti, nonostante i solidi rialzi nell’azionario globale.

Per il momento, però, non ci sono segnali allarmanti di un’imminente e intensa ondata di vendite sull’azionario. L’attività sui futures del FTSE (-0,03%) indica un avvio da piatto a negativo a Londra. I futures sul DAX (+0,28%) suggeriscono un avvio leggermente rialzista, mentre l’azionario USA potrebbe ritracciare parte dei rialzi di ieri, anche se il ribasso appare limitato; il trading sui futures del Dow (-0,47%) e del Nasdaq (-0,37%) mostra un calo inferiore al mezzo punto percentuale.

Per quanto riguarda i beni rifugio, l’USD/JPY sta testando il supporto a 107 e l’USD/CHF è scivolato sotto il livello a 0,96 per la prima volta da due settimane.

Martedì l’oro COMEX è lievitato a $1788 l’oncia. Il rafforzamento del momentum positivo suggerisce che un ulteriore rialzo verso i $1800 potrebbe avvenire agevolmente, nel caso di un calo improvviso della propensione al rischio globale.

Il dollaro USA è sotto pressione sull’onda del rigonfiamento degli attivi di bilancio della Federal Reserve (Fed).

Il dato core sulle vendite al dettaglio di marzo negli USA, in uscita oggi, potrebbe confermare un crollo del 4,8%, mentre la produzione industriale potrebbe essere precipitata del 4% m/m nello stesso mese.

L’indebolimento del dollaro USA dà un certo stimolo all’euro e alla sterlina, che si preparano a testare I massimi da due settimane contro il biglietto verde, anche se non troppo convinti, perché le discussioni sulla proroga del lockdown su entrambe le sponde della Manica fanno aumentare le incertezze sul crollo dell’attività, soprattutto in economie che dipendono molto dai servizi.

Dal punto di vista tecnico, l’EUR/USD è pronto a sfondare la resistenza a 1,10. Gli stop sopra questo livello potrebbero dare un ulteriore stimolo positivo alla moneta unica e incoraggiare un rialzo verso la media mobile a 200 giorni (1,1032). Tuttavia, intorno a questo livello, probabilmente entreranno in gioco le offerte.

Il cable, dal canto suo, potrebbe ampliare i guadagni verso la sua media mobile a 200 giorni (1,2720), ma la coppia s’imbatterà verosimilmente in discrete offerte nella fascia 1,27-1,30, considerando che l’economia britannica, che dipende molto dai servizi, subirà pesanti perdite a causa del lockdown provocato dal coronavirus, perché la diffusa perdita di lavoro, e quindi di entrate, potrebbero impedire ai consumatori di fare acquisti e andare al ristorante quando riapriranno, lasciando le imprese, già indebolite, a fare i conti con una fase prolungata di domanda debole.

Altrove, la Banca del Canada (BoC) probabilmente manterrà il suo tasso di riferimento invariato allo 0,25%. L’USD/CAD potrebbe riportarsi sopra il livello a 1,40, incoraggiato dai prezzi bassi del petrolio.

By Ipek Ozkardeskaya