Ecco la view di Canegrati Senior Analyst a BP PRIME.

L’euro è sceso a 1,1317 (-0,67%) rispetto al dollaro il 30 novembre, al termine di una settimana che ha visto nuove tensioni nei mercati azionari internazionali, legati soprattutto ad altri dati macroeconomici non positivi relativi all’economia dell’eurozona, all’esito incerto dell’incontro Trump-Xi Jiping al G20 di Buenos Aires e alla forte incertezza che sta caratterizzando il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea è pronto a terminare il programma di alleggerimento quantitativo, a partire da gennaio 2019, dopo una riduzione progressiva di 15 miliardi al mese, a partire da ottobre. L’indice CPI dell’Eurozona è sceso al +2,0% a novembre, e l’inflazione core è scesa al +1,0%.

Il Governatore Mario Draghi ha dichiarato che sui tempi di rialzo dei tassi ci potrebbero essere degli slittamenti rispetto al periodo indicato, se le prospettive di inflazione dovessero essere riviste al ribasso, mentre gli investitori cominciano a credere in una posticipazione del primo rialzo dei tassi d’interesse, previsto per l’estate 2019.

La Federal Reserve ha mantenuto inalterati i tassi di interesse negli Stati Uniti durante la riunione del FOMC dell’8 novembre scorso ma un ulteriore aumento è previsto già per l’ultimo FOMC dell’anno (19 dicembre). Dopo la pubblicazione degli ultimi dati macroeconomici, che hanno dato qualche segnale di rallentamento dell’economia, nonostante un mercato del lavoro ancora molto solido, con il tasso di disoccupazione confermato al 3,7% in ottobre, e il tasso di inflazione ancora al di sopra del +2,0%, la posizione monetaria della Fed dovrebbe diventare più dovish, stando anche a quanto lasciato intendere dal governatore Powell nel suo ultimo discorso.