Con l’apparente allentamento delle tensioni in Medio Oriente, dopo che i mercati finanziari hanno sdrammatizzato i rischi di una guerra a tutti gli effetti, oltre le minacce retoriche in seguito all’attacco USA con i droni della scorsa settimana, gli asset considerati beni rifugio non sembrano più un grande affare, anche se le ultime notizie dall’Iran sui limiti di uranio arricchito o sulle potenziali misure di rappresaglia dovrebbero far aumentare la volatilità. Per ora, i movimenti dettati dall’avversione al rischio, visti la scorsa settimana, sembrano destinati a un ridimensionamento: l’USD/JPY (+0,35% nella settimana in corso) sta recuperando ed è rimbalzato dalla fascia d’inizio ottobre 2019 e intanto salgono i rendimenti dei titoli del Tesoro USA.

L’ultima serie di dati giapponesi conferma una moderata espansione; nel novembre del 2019 la produzione industriale è diminuita ulteriormente, al -8,10% (precedente: -7,70%), minimo da aprile 2011, seguita dal PMI manifatturiero che si è attestato a 48,4 punti (precedente: 48,8) nel dicembre 2019, sotto la soglia del territorio espansivo per la decima volta nell’anno, mentre a dicembre il PMI servizi si è fermato a 49,4 punti (precedente: 50,6), in territorio di contrazione e ai minimi da più di tre anni. Sembra, pertanto, che l’economia giapponese stia andando oltre la fase dell’”economia a due velocità”. Tuttavia c’è ancora un margine di miglioramento, considerando che il pacchetto di stimoli fiscali su un arco temporale di 15 mesi, annunciato dal primo ministro Shinzo Abe nel dicembre 2019 e pari a JPY 13,2 mila miliardi ($121 miliardi), il pacchetto più corposo dalla crisi finanziaria del 2008 e che dovrebbe mostrare i suoi effetti intorno alla seconda metà del 2020, anche se attualmente la BoJ non sembra intenzionata a ritirare gli stimoli.