Il periodo di calma per la lira turca cui abbiamo assistito negli ultimi quattro mesi, in seguito al vertice G20, probabilmente subirà un’interruzione, perché il paese è tornato sotto i riflettori. Il recente annuncio del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che si è detto pronto a lanciare un’incursione nella Siria nord-orientale per rivendicare territori attualmente controllati dalle forze curde, dovrebbe provocare una flessione della lira turca (TRY) e dell’azionario, visto che le conseguenze dei dazi e delle sanzioni USA metterebbero in difficoltà il paese. Se a ciò si sommano le pressioni esercitate dalle autorità turche sulla Banca Centrale di Turchia (BCT) affinché continui a tagliare i tassi, è evidente che il settore bancario continua a essere molto vulnerabile all’aumento dei rischi di credito e al calo dei margini sul mercato dei prestiti.

La minaccia del presidente USA Donald Trump di “distruggere completamente e cancellare l’economia della Turchia” nel caso in il paese prendesse misure imprecisate, dopo aver dato la sua approvazione a una potenziale incursione nella regione, probabilmente genererà ulteriore incertezza per gli asset turchi, com’era successo per la questione del pastore Andrew. Sebbene i bond abbiano continuato ad avere prestazioni migliori degli altri asset in un contesto di rallentamento dell’inflazione, il trend potrebbe cambiare, considerati i segnali di accelerazione dell’inflazione e l’ulteriore debolezza della TRY. L’indice Borsa Istanbul 100 (+10,60% nell’anno corrente) sta già affrontando gli effetti delle ultime notizie, con perdite fino al -3,30% dall’inizio di ottobre. Nonostante gli eventi dell’anno scorso, la BCT dovrebbe mantenere il corso tracciato, tagliando potenzialmente il suo tasso sui pronti a una settimana, al momento pari al 16,50% (-7,50% nell’anno in corso) di un ulteriore 2% entro la fine dell’anno. Anche se inflazione primaria e di fondo sono diminuite bruscamente, attestandosi su valori a una cifra, pari rispettivamente al 9,30% (precedente: 15%) e al 7,50% (precedente: 13,60%), e i prezzi alla produzione siano scesi al 2,50% (precedente: 13,50%) per effetto delle cifre elevate dell’anno scorso e della stabilizzazione delle condizioni economiche, un intervento in Siria danneggerebbe i recenti miglioramenti. I mercati finanziari hanno già ridotto il peso degli asset turchi in previsione di potenziali sanzioni, favorendo una “dollarizzazione” di asset nel paese.