Il dollaro comincia a soffrire questo rallentamento del ritmo di crescita dell’economia USA, che soltanto tre mesi fa aveva presentato lo stesso indice Ism a 61,3, anche se per adesso non siamo sui minimi di gennaio 2018 che erano pari a 48 punti.

Sono però ormai settimane che i dati macroeconomici sono in flessione, soprattutto con l’aumento dei prezzi alla produzione (questo maggiormente in Europa, va detto) e il calo invece sia di consumi che di nuovi ordini all’industria.

Abbiamo pertanto la conferma che i mercati finanziari, sia l’azionario che l’obbligazionario, sono diventati nuovamente molto più dipendenti dai dati economici che dai tweet di Trump.

Credo che la mazzata finale sulle Borse, nel mese di dicembre, sia stata proprio la sostanziale sconfitta del presidente americano nel dibattito che sta portando avanti contro il governatore della Fed, Jerome Powell.

Sicuramente nella debolezza del dollaro c’è anche una scommessa (che però, come molte altre del 2018, potrebbe essere perdente) verso l’atteggiamento della Banca centrale: alcuni analisti pensano che l’incremento dei tassi verrà sterilizzato per alcuni mesi, e questo potrebbe dare nuovo vigore all’Euro.

Io non la penso così, perché credo che comunque la forza della nostra valuta sia relativa, dal momento che pure nel Vecchio Continente i problemi non mancano a partire da Italia e Brexit.
Sulla base di quanto sopra esposto, a meno di una discesa di VIX sotto 22, e di VStoxx e VDax sotto 21, la natura persistente della volatilità potrebbe ancora accompagnarci.