Ha fatto tremare i mercati di tutto il mondo. Un referendum poco pubblicizzato, portato avanti da una forza minoritaria che rischiava di sconvolgere il mondo intero, dai mercati all'economia. Le osservazioni di Maurizio Mazziero, analista finanziario e fondatore della Mazziero Research.

Il famoso referendum sull'oro ha visto una percentuale dei NO molto più alta del previsto, smentendo già da subito, a spoglio ancora aperto, i timori dei mercati.

La vittoria del NO era attesa, ciò che invece non ci si aspettava era la percentuale con la quale sarebbe passato e che alla fine è stata del 77-78%. Di fatto molto lontano da quelle che erano state le proiezioni che vedevano prima un 15% di incerti e poi i due schieramenti fronteggiarsi sul testa a testa. C’è da dire che è stato comunque un referendum non molto pubblicizzato in terra svizzera, con qualche presa di posizione anche della Banca Centrale, direttamente coinvolta.

Cosa prevedeva, nello specifico il referendum e quali rischi avrebbe comportato un SI?

Volendo riassumere, i tre punti del Referendum prevedevano:

1) di non rivendere le riserve in oro
2) mantenere l’oro depositato nel territorio della confederazione
3) mantenere in oro almeno il 20% degli attivi della Banca.

La Banca Centrale avrebbe visto compromessa, in caso di vittoria del SI, la propria capacità di impostare una politica monetaria, oltre alla flessibilità del suo stesso raggio d’azione. Capacità che attualmente resta a tutti gli effetti.

Come si può vedere dal grafico mentre noi tutti siamo concentrati sul Quantitative Easing in esaurimento della Fed, su quello della Bank of England e quello esorbitante della Banca del Giappone, comprendendo anche quello (possibile) dell’eurozona, di fatto la Banca Centrale Svizzera è da diverso tempo che agisce in termini di espansione della massa monetaria. La ragione è quella di difendere un cambio a 1:20 contro l’euro, questo perchè il processo di rafforzamento che ha visto nelle fasi della crisi, quindi dal 2008, apprezzarsi il franco svizzero contro l’euro da quasi 1,60 a 1,20, ha messo in evidenza le difficoltà di alcune aziende ad esportare.