Avvio con il freno tirato per il nuovo Btp 2,15% 2072 (Isin IT0005441883), che ha iniziato sì la seduta ieri in netto rialzo (massimo 101,5) per poi però chiudere a 100,04. Un identico trend si è registrato sulle altre scadenze lunghe ma forse dall’esordiente ci si aspettava un comportamento meno deciso. La giornata consente tuttavia di effettuare già un primo confronto fra i governativi ultra decennali italiani.

  • Iniziamo appunto dal 2072, che con un 2,15% di yield lordo e una “duration” di 31,2 stacca nettamente i rivali, avvantaggiandosi in termini di rendimento di 10 pb rispetto al 2067 e di 42 pb sul 2051, divario rilevante che avrebbe dovuto favorirlo. Così non è stato nemmeno in termini di scambi, visto che ha chiuso la classifica dei leader delle contrattazioni al terzo posto. Interessante però la variazione in percentuale fra massimo e minimo di seduta, attestatasi in percentuale all’1,84%, segnale di una potenziale elevata volatilità “intraday” per trading veloci.
  • Il secondo che merita un’identica analisi è logicamente lo spodestato in termini di benchmark, ovvero il 2,8% 2067 (Isin IT0005217390), il cui yield si colloca al 2,05% con una “duration” di 28.  La variabilità “intraday” di ieri – per consentire un raffronto diretto – ha segnato una percentuale dell’1,51%, valore nettamente inferiore. Una giornata è poca cosa per una comparazione ma certamente da qualche settimana il 2067 sta perdendo in termini di prezzo e di volatilità fra minimo e massimo riferiti alla singola seduta.
  • Il vero leader è così il Btp 1,7% 2051 (Isin IT0005425233), grazie alla quotazione sul filo dei 100 (massimo ieri a 100,29 e minimo a 99). Con l’1,74% di yield lordo scende sotto la barriera del 2% in presenza di una “duration” a 23,8. Lo spread dell’1,3% fra massimo e minimo di giornata è calato rispetto a molte sedute precedenti. Da mettere però in risalto gli scambi attivissimi, dovuti alla quotazione attorno a 100. Ed è per questo che salta in testa alla classifica dei “preferred” anche in termini di minore apertura media fra “bid” e “ask”.

Malgrado tutto…

Il confronto fra i tre Btp si limita di fatto – in base a quanto avvenuto nella seduta di ieri – al 2072 e al 2051, favoriti da prezzi minori, nonché nel primo caso dal rendimento maggiore e nel secondo dalla “duration” meno esasperata, seppur alta. Il neo cinquantennale puro si riscatta quindi dalla delusione di non aver distanziato quota 100, come ci si attendeva, il che è dipeso tuttavia da una seduta debole sull’intero fronte dei governativi europei. Adesso si aspetta lunedì prossimo, quando il Tesoro Usa collocherà qualcosa come 96 miliardi di dollari di Treasuries, con possibili effetti negativi da timori della crescita del debito statunitense. In effetti che la fragilità dei Btp abbia origini esterne lo dimostra il fatto – come già detto – che tutto il fronte Ue ha sofferto nelle ultime giornate. Attenzione però a una possibile momentanea inversione: sta nella logica di trend e controtrend. La Bce infatti ha annunciato di voler aumentare gli acquisti di governativi dell’area euro nel secondo trimestre più di quanto non abbia fatto nel primo trimestre. Per ora si tratta di intenzioni e il mercato resta così debole su tutti i fronti. Il più lungo dei pandemici “Sure” emessi dall’Unione europea, lo 0,3% Nv50 “green” (Isin EU000A284469), si attesta poco sopra l’area di tre minimi successivi fra 94 e 95 euro contro il massimo a dicembre di 111 euro. Per tornare sui cinquantennali puri il francese Oat 0,5% 2072 (Isin FR0014001NN8) è sceso sugli 81 con yield 0,96%, mentre sul fronte degli extra Matusalemme l’Austria 0,85% 2120 (Isin AT0000A2HLC4) dai 138 dell’11 dicembre scorso è letteralmente franato ai 97 euro di ieri, con yield 0,89%. 

Numeri da vera inversione

Proprio il confronto con gli altri lunghi europei rappresenta il motivo di incertezza per i nostri Btp dalle maggiori scadenze: il sentiment è cambiato e non certo a favore delle “duration” estreme. I grafici di tutti i diversi titoli evidenziano la formazione in corso di livelli di stabilizzazione delle quotazioni ma i timori di una seconda ondata di ribassi negli Usa e le ambiguità della Bce inducono cautela. L’inversione rialzista dei rendimenti è partita pure in area euro? I numeri dicono di sì ma è probabile che la volatilità sia destinata ugualmente ad aumentare.