L’effetto Us Treasuries si fa sentire su altri settori obbligazionari decisivi nella ricerca di rendimento e protagonisti nel bene e nel male degli ultimi due anni, ovvero su emergenti e high yield, con reazioni però opposte. Sono infatti gli “emerging” ad averne sofferto finora. Vediamo cosa sta succedendo.

“Emerging”, parte il rialzo dei tassi 

Lo spread di rendimento fra bond dei Paesi emergenti e occidentali – seppur compresso rispetto alle medie storiche – è nettamente a favore dei primi, soprattutto se non ci si espone sulle scadenze lunghe. Sui 5 anni per esempio lo yield è da 6 a 10 volte superiore rispetto a quello dei governativi Usa e potrebbe allargarsi nei prossimi mesi. Il 5 anni brasiliano in valuta locale rende l’8,4%, quello messicano il 5,4% e il sud africano il 7,4% contro lo 0,86% dello statunitense. Intanto, mentre negli Usa si ipotizzano aumenti dei tassi di interesse nell’arco dei 12-24 mesi, nell’area “emerging” è già partita l’onda dei rialzi, con una velocità decisamente maggiore dovuta a inflazioni in surriscaldamento. In Brasile l’ultimo dato parla di un costo della vita in forte e regolare crescita da un anno in qua: a maggio 2020 si collocava all’1,88% mentre a febbraio 2021 è salito al 5,2%. In Messico dal 2,15% è passato al 3,76% ma a fine 2020 era già oltre il 4%. In Turchia si è avuta un’esplosione al 16,2%. Inevitabile l’impatto sui tassi che cominciano a crescere, sebbene a macchia di leopardo. Proprio Brasile e Turchia hanno dato il là a politiche monetarie più restrittive, mentre altri Paesi stanno valutando la situazione. L’unico abbastanza tranquillo è il Sud Africa ma perfino la cauta Russia ha dovuto fare un piccolo passo in tal senso, con un rialzo dal 4,25% al 4,5%. 

Gli effetti sulle quotazioni

Gli impatti sui titoli nelle varie divise locali “emerging” quotati sul regolamentato italiano sono stati evidenti, con trend al ribasso, pur in un contesto di volatilità. Ecco qualche esempio. L’Ifc Social Bond 6,5% Mz26 in real brasiliano (Isin XS1969787396) è sceso da inizio gennaio fissando un primo interessante livello di entrata sotto i 100, benché sia poi risalito a 104. Situazione abbastanza simile per il Bei 7,5% Ge23 Brl (Isin XS1748439533), che in uno spike di marzo è già atterrato a 100 contro i 111 di settembre scorso; ieri ha chiuso a 103. Il Bei 4,5% Fb28 in peso messicano (Isin XS2298601514) da massimi a 97,4 del 3 marzo scorso è crollato sotto i 90 per poi risalire a 92. Il Bei 8% Ge27 Mxn (Isin XS1547492410) dalla quotazione media di gennaio a 116 è approdato a 111 ma ha registrato un minimo sui 109. Per ora si tratta di ribassi significativi ma equilibrati, sebbene non si possa escludere che in presenza di tensioni sugli Us Treasuries le quotazioni tornino verso il riferimento tecnico dei picchi all’ingiù del marzo 2020, benché allora in presenza di un panico generalizzato, ben differente dalle preoccupazioni più razionali della fase attuale. 

High yield in $, il quadro resta positivo 

L’altro fronte ad alto rendimento, quello delle obbligazioni a basso rating, registra invece una situazione di stabilità. I numeri dicono per esempio che l’Etf iShares iBoxx $ High Yield Corporate Bond (HYG) e l'Etf Spdr Bloomberg Barclays High Yield Bond (JNK) hanno registrato una performance positiva di circa l'1% quest'anno, mentre l'Etf iShares 20+ Year Treasury Bond (TLT) ha perso più del 12%. Vanno quindi in controtendenza rispetto ai titoli di Stato Usa, perché il mercato continua a difendere strenuamente il rendimento laddove c’è. In effetti la correlazione fra i due asset obbligazionari è sempre stata piuttosto bassa. Nella fase in corso il presupposto è comunque sensato: se l’economia Usa migliorerà i profitti degli emittenti del settore saliranno e quindi la rischiosità globale si ridurrà. Tutto questo vale però solo se i Treasuries resteranno sotto il 2% di rendimento del decennale. Nel caso andassero sopra anche per gli high yield inizierebbe un’inevitabile correzione. Non prevedibile però nel breve termine, al punto tale che Goldman Sachs in un report ha addirittura ipotizzato una maggiore forza delle emissioni a più basso rating (BB e BB-) rispetto a quelle meno rischiose (BBB- e BB+). 

Comunque vada…

L’analisi complessiva evidenzia come i mercati abbiano di nuovo ritrovato forte interesse per gli asset obbligazionari in genere, che potrebbero garantire in un anno pur di sussulti ottime performance più da trading che da rendimento cedolare. Questo – sia chiaro – non è un bel segnale per gli investitori di medio e lungo periodo ma il quadro della liquidità presente nelle contrattazioni è talmente anomalo da giustificare qualsiasi evoluzione. Con un faro di riferimento nel mare agitato: è il rendimento del decennale Usa. Se resterà sotto il 2% si ballerà ma non più di tanto. Sopra l’agitazione si trasformerà in tempesta.