Decorrelato dai trend dei mercati internazionali e protettivo da eventuali ribaltoni nella valutazione della solvibilità: il debito governativo cinese esce vincente – almeno finora – dalla tempesta di fine 2020-inizio 2021 proprio perché è un mondo a parte. Merita quindi più attenzione di quanto gli investitori italiani non stiano riservando nei suoi confronti. I numeri rivelano in effetti una forza nettamente superiore rispetto a quelle dei titoli di Stato dell’area euro o in dollari.

Decennali a confronto

Il benchmark di riferimento a 10 anni di Pechino rende attualmente il 3,3%, con una volatilità media abbastanza bassa: nelle ultime 52 settimane si è mosso fra il 2,5% e il 3,4%, con una variazione in percentuale del 36%. Il decennale Usa si colloca sull’1,63% ma nello stesso periodo ha progredito da un minimo dello 0,54% a un massimo dell’1,64%, con un divario del 203%. Il Bund tedesco si attesta al negativo 0,31% e nei dodici mesi ha fatto passi avanti di tutto rilievo, salendo dal negativo 0,67% al massimo del negativo 0,14%. Il riepilogo è evidente: il governativo cinese è nettamente più redditizio in un contesto di maggiore stabilità. Ecco perché c’è chi lo definisce “safe asset” per eccellenza non solo dell’obbligazionario mondiale ma anche dell’intero sistema finanziario globalizzato. 

C’è però un rischio (modesto)

Naturalmente occorre tenere conto del fattore valutario. Il renminbi nell’ultimo anno ha registrato movimenti abbastanza contenuti rispetto all’euro, con una prima fase di indebolimento fino al termine dello scorso luglio e poi un successivo trend di rafforzamento. Il tutto ha aiutato l’utilizzo della moneta da parte degli istituzionali occidentali per calmierare i propri portafogli, proprio quando l’acquisto di obbligazionario è aumentato di molto, favorito dal fatto che il 97% dei 17,3 mila miliardi di emissioni in Cny è detenuto da investitori cinesi. La quota quindi estera non potrà che aumentare, grazie anche a tassi di default, nell’ambito del debito societario, nettamente inferiori rispetto a Usa ed Europa.

Il punto sugli Etf in Cny

Se il quadro generale è ultra positivo resta il problema di collocarsi su questo asset, visto che di obbligazioni quotate sul regolamentato italiano ce n’è una sola: si tratta della World Bank Sustainable 2,5% Lg21 Cny (Isin XS1442211923), la quale scambia ormai pochissimo, data la breve vita residua. È probabile che di qui a luglio qualche altro bond arrivi sul Mot, anche perché World Bank /Ibrd – maggiore emittente in tale divisa – ha offerto sul mercato (ma non in Italia) varie nuove obbligazioni nella moneta cinese, già trattate per esempio sulle Borse tedesche. Inevitabilmente resta l’alternativa degli Etf, di gran lunga preferibili in un contesto così povero di offerta.

Di cloni con sottostanti titoli in Cny ve ne sono quattro su Piazza Affari: tutti hanno come valuta di denominazione l’Usd, il che può trarre in inganno. L’acquirente in euro finisce infatti per circuitare il biglietto verde, utile agli emittenti di Etf per stabilizzare le transazioni sulle varie piazze. Il fondo di dimensioni maggiori resta sempre l’iShares China Cny Bond (Isin IE00BYPC1H27 – valuta Usd – replica fisica – di tipo a distribuzione con rendimento indicativo in corso delle due cedole annuali sul 2,5% lordo). L’analisi delle sue performance conferma come l’accelerazione delle quotazioni sia avvenuta da agosto in poi, correlandosi al trend del cambio.

Simili gli andamenti degli altri tre Etf. L’Ubs China Government 1-10 Year Bond Cny (Isin LU2095995895 – valuta Usd – replica fisica – ad accumulo), l’Xtrackers China Sovereign Bond (Isin LU1094612022 - valuta Usd – replica fisica – a distribuzione con un rendimento indicativo della sola cedola annua di giugno sul 2%) e l’ultimo arrivato L&G Esg China Cny Bond (Isin IE00BLRPQL76 – valuta Usd – replica fisica – a distribuzione, sebbene non si disponga ancora di indicazioni di rendimento) negli ultimi mesi hanno evidenziato evoluzioni analoghe, con flussi in lenta crescita. Ciò conferma come il mercato si rivolga ormai all’obbligazionario cinese come a un mondo a sé stante, quasi in contro tendenza rispetto al debito nelle altre valute forti. Averlo in portafoglio è quindi una specie di terza strada, in prospettiva meno ripida e angusta e perfino più solida in confronto ai pari grado – almeno in termini di rating – dell’Occidente.