Giornata storica quella di ieri per il mercato obbligazionario. Con il decennale Usa salito addirittura all’1,687% di rendimento in una seduta ricca di sussulti. Ciò ha trascinato al rialzo anche il Bund, che ha rotto all’insù la barriera del negativo 0,30%, e impattato sul Btp, tornato a sfiorare lo 0,70%. Inevitabilmente è stata la Fed a mettere fuoco alla paglia, con le attese per la riunione del Fomc e infine gli annunci di Powell. La sintesi, che se ne trae, è la seguente:

  1. L’inflazione è destinata a salire fino al +2,4% nell’anno in corso per poi tornare al 2% negli anni successivi.
  2. Nel 2022 si può supporre il primo passo per un cosiddetto “tapering”, cioè per la fine degli interventi straordinari di politica monetaria, con una riduzione negli acquisti di asset finanziari.
  3. Nel 2023 sarà possibile un primo rialzo dei tassi di interesse.

Le ipotesi per l’investitore 

Restano tuttavia in gioco le variabili di una ripresa economica stabile e di una disoccupazione in discesa al 3,5%, concetti abbastanza fluidi, che nascondono in realtà una spaccatura all’interno della Fed, con una parte dei componenti favorevoli a un anticipo del rialzo dei tassi già al 2022. In questo contesto sono indubbie alcune possibili scelte per chi opera nell’area dell’obbligazionario in dollari:

  1. È innegabile che il pallino è passato ormai nelle mani al mercato, il quale non ha nemmeno creduto alle parole distensive e diplomatiche di Powell, continuando ieri a mantenere la pressione sul “sell” dei Treasuries anche quando le intenzioni espresse andavano in direzione opposta.
  2. L’inflazione sarà l’asset cu cui insistere e non solo nel breve termine. Una Fed che parla di un 2% di fatto stabile nei prossimi anni dà un’indicazione di margini in crescita per gli strumenti indicizzati “inflation”, sebbene – come abbiamo tante volte segnalato – puntare su di loro non sia facile dopo la scomparsa dal regolamentato italiano dei Tips (Treasuries inflation).
  3. Per i tassi fissi i rendimenti sono destinati a crescere ancora un po’, benché con una pressione al rialzo minore rispetto all’impeto delle ultime settimane e con una volatilità inevitabilmente maggiore.
  4. Le intenzioni della Fed sono di evitare choc per l’azionario ma il mercato obbligazionario sta infliggendo più incertezze che certezze a Wall Street, anche se le previsioni di un Pil Usa in crescita del 6,5% quest’anno, con un dato che non si riscontrava dal 1984, siano come il polline per le api.

Bce persa nelle nebbie dell’Europa

È inconfutabile come la lucidità di intenzioni della Fed sia nettamente superiore rispetto all’ambiguità della Bce, figlia di troppi compromessi. Uno spread fra Treasuries e Bund di 194 punti (chiusura di ieri sera) è abissale e si colloca quasi al secondo posto nello storico di questo rapporto. Ciò continuerà ad avere impatti anche di natura valutaria ma soprattutto confermerà la netta convenienza nella fase in corso e forse ancora per molti anni nello scegliere la componente Usd nelle strategie obbligazionarie, pur con le dovute cautele di un conto in divisa e di una forte diversificazione di sottostanti. È un differenziale a 200 punti il nuovo riferimento da seguire: quando scenderà si potrà ricominciare a ragionare – almeno in chiave strategica – di titoli di Stato e di bond in euro.