Il pendolarismo dei mercati sta portando negli ultimi giorni a una nuova fase di acquisti in ambito obbligazionario, riscontrabile sui governativi più colpiti dall’ondata di vendite di febbraio ma anche su altre tipologie di emissioni. Cominciamo dai Btp, fra i quali si registrano evoluzioni significative. 

Il 2067 perde forza. Ecco perché

Il rendimento del decennale italiano è tornato sotto lo 0,60%, primo importante livello di rafforzamento dal punto di vista tecnico. Osservando il grafico si evidenzia però un possibile appiattimento della curva o almeno un rallentamento del trend. Il relativo future si sta avvicinando a un livello cruciale (150,5) e ieri ancora per una volta ha messo a segno una candela di tipo “doji”, figura che conferma grande indecisione del mercato. Nelle ultime giornate se ne sono viste altre, convalidando un pareggio fra acquirenti e venditori. In questo contesto si va inevitabilmente verso un’ottimizzazione del capitale investito da parte di chi fa trading: lo dimostra il minore utilizzo del 2,8% 2067 (Isin IT0005217390 – prezzo chiusura ieri a 127,7), i cui scambi stanno calando a favore di “colleghi” meno cari, quali l’1,7% 2051 (Isin IT0005425233 – prezzo di chiusura ieri a 102,8) e il Btp€i 0,15% 2051 (Isin IT0005436701 – prezzo di chiusura ieri a 100,2). Merita attenzione proprio quest’ultimo, che per la prima volta dall’esordio sul mercato ha superato quota 100. Si delinea così, dopo 25 sedute, un suggerimento di livelli tecnici, con supporto nell’area dei 94,2-94,5 e resistenza sui 99,2.

Dinamismo sugli “americani”

Il decennale Usa all’1,63% conferma anche in questo caso una fase di rilassamento dopo l’impennata iniziata il 10 febbraio. Sul fronte del dollaro occorre tuttavia segnalare un fenomeno piuttosto anomalo. Alle vendite generalizzate delle ultime settimane per i Treasuries hanno fatto riscontro una netta minore pressione ribassista per i corporate, soprattutto ad alto rating, e una corsa agli acquisti di high yield. Lo comprova quello che si annuncia un record di contrattazioni e di nuove emissioni in tale ambito. Davanti al governativo in picchiata il primo trimestre 2021 dei bond a basso rating si sta per chiudere con valori di scambi più alti in assoluto. Il mercato ha messo in pancia tutto quanto è stato collocato, non facendosi intimorire da un’inflazione al rialzo. Le aziende hanno emesso titoli di debito a ritmo vertiginoso, con rendimenti medi fra il 4 e il 4,3% contro una media a 10 anni del 6,4%. Si vuole una conferma di tutto questo relativamente a quanto quotato su Borsa Italiana? Osservate il grafico dell’Etf Lyxor High Yield (Isin LU1435356149): non ha quasi risentito del terremoto sul fronte Treasuries, con una performance positiva da inizio anno del 3,94%.

Piace il Cad e piace l’Aud

Intanto si valuta positivamente l’accelerata dei rendimenti nell’area del dollaro canadese e del dollaro australiano, con il mercato alla ricerca di occasioni. Da tempo ormai sull’ExtraMot il Cad mette a segno scambi di un certo rilievo, mentre sui mercati internazionali è l’Aud a muovere le acque. Gli yield dei relativi governativi sono saliti – sulle scadenze a 10 anni – all’1,47% per i titoli di Ottawa e all’1,67% per quelli di Canberra, sull’onda di quanto sta avvenendo negli Usa. Come cogliere queste occasioni? Gli strumenti migliori sarebbero i relativi “inflation linked”, non quotati però sul regolamentato di casa nostra. L’alternativa allora sta nei tassi fissi in ottica o di trading o di piano di acquisto. Sul Mot segnaliamo per il Canada l’1,25% 2030 Cad (Isin CA135087K379 – taglio 1.000), che dai massimi di ottobre ha perso già più di 10 punti in percentuale. Su Tlx ci sono vari governativi australiani. Il più corto è il 2,75% 2024 Aud (Isin AU3TB0000143), che senza sussulti sta scendendo sui 108. In entrambi i casi è logicamente il fattore valutario a costituire l’elemento di richiamo. Nelle ultime settimane il Cad si è fortemente rafforzato tornando sotto 1,5 contro euro, mentre ancora più netto è il consolidamento dell’Aud: ha messo alle spalle il fortissimo spike di debolezza del marzo 2020, ricollocandosi su livelli che non vedeva dal 2017.

Una fase di attendismo

Potrebbe sembrare un trend – quello in corso – di lento rientro verso i rendimenti “imposti” dalle Banche centrali ma per giungere a questa conclusione occorrono ben altri segnali rispetto a quelli manifestatisi. È ancora una volta l’Us Treasury a condurre il ballo e la fase di indebolimento su questo fronte trova conferme. Anzi la previsione prevalente sul mercato è di una salita dello yield del decennale oltre il 2%. C’è chi ipotizza addirittura un 2,4% per l’autunno. Attenzione quindi a non trarre conclusioni dal rilassamento in corso. Il quadro – malgrado tutto – resta agitato.