Niente di preoccupante! I gestori dell’industria dell’asset management non sembrano proprio angustiati dall’aumento dei rendimenti sul fronte obbligazionario in dollari. Il loro ragionamento, sintetizzato al massimo, si esplicita infatti in due modi:

  • Tornano i rendimenti reali positivi, cioè al netto dell’inflazione. Ciò avviene puntando su scadenze molto lunghe per esempio fra i Treasuries. Il trentennale dà il 2,4%. Considerando che a febbraio il costo della vita è aumentato dell’1,7% si ottiene un bel 0,7% netto, come non si vedeva da tempo.
  • Dopo una prima fase di incertezze anche i corporate in dollari subiscono mazzate a livello di prezzi, risultando di nuovo competitivi dopo un anno di sofferenze da yield iper compressi.

È proprio così?

Facciamo però gli avvocati del diavolo e ribaltiamo la medaglia. L’inflazione Usa è destinata ad aumentare ancor più nei prossimi mesi. Lo 0,7% di profitto puro del trentennale potrebbe quindi trasformarsi di nuovo in un segno negativo, visto che le previsioni del costo della vita oltre Oceano vanno verso un 2,5-2,6% per la stagione estiva. Lo yield del 30 anni e del 10 anni dovrebbero allora correre all’impazzata per mantenere il simbolo più. Ciò comporterebbe certamente effetti sulla politica monetaria. Quest’opzione è possibile ma il surriscaldamento probabilmente non durerà più di qualche mese e quindi scatteranno – in tal caso – eccezionali occasioni di acquisto su titoli che erano diventati impossibili. Tenetevi allora stretti i vostri dollari pronti a entrare su minimi magari inferiori anche di non poco rispetto alle quotazioni in corso.

Treasuries o corporate?

Dove andare a colpire? Sui titoli di Stato o sui societari magari ad alto rating? La risposta per l’investitore italiano dipenderà dagli spread di mercato. È indubbio che i corporate si sono mossi molto nelle ultime sedute dopo una prima fase di resilienza. L’Apple 3,85% 2046 (Isin US037833CD08 – taglio 2.000) da massimi a quasi 130 $ di fine 2020 è sceso ai 111 $ di ieri. Il rendimento è quindi salito dal 2,4 al 3,2%, tornando sui livelli di fine 2019. Da un 3,5% in su farebbe scattare un bel buy, considerando che il dividendo azionario si attesta sullo 0,7%. Un rapporto di 5:1 è davvero conveniente per il bond. Non tutti però vanno nella stessa direzione. Un esempio lo fornisce il Ford 9,625% 2030 (Isin US345370CX67 – taglio 2.000), che dai massimi a 146 è sceso solo a 140 $ circa. Lo yield è rimasto quasi stabile e il motivo è presto spiegato. Sta per tornare sulla scena un parametro di cui ci si era scordati: è quello della “duration”, ovvero – in parole povere – della sensibilità ai movimenti sui tassi di interesse. Fra l’Apple e il Ford c’è una netta differenza relativamente a questo valore: 16,6 nel primo caso e 6,4 nel secondo. Un altro caso: il Microsoft 3,7% 2046 (Isin US594918BT09 – taglio 2.000) dai 135,3 $ di luglio 2020 è crollato agli attuali 112 $ - prezzo indicativo – con uno yield che dal 2,05% circa ha superato il 3,1%. Ora si può cominciare a farci un pensierino in ottica estiva.

Ci si sposterà sugli alti rating 

Volendo sfruttare questo momento si potrebbe allora suggerire (sempre che qualche imprevisto non scompigli le carte) di uscire oggi dai tassi fissi a basso rating, portando a casa ottimi profitti, di collocarsi poi su dei tassi variabili corti e infine di rientrare su dei tassi fissi ad alto rating fra qualche mese, per ottimizzare i livelli di rischiosità di quei portafogli attualmente più esposti su high yield e compagni. Inutile aggiungere che una puntatina sugli “inflation linked” in Usd si confermerebbe una bella opportunità ma visto che questi titoli non sono più trattati sul regolamentato italiano dirlo non può che procurare irritazione in chi ci legge! Comunque sia, una torrida estate si annuncia per gli obbligazionisti, con il divario fra area dollaro e area euro che diventerà abissale. Uomo avvisato mezzo salvato: lasciateci finire con la rima di questa banale considerazione.