“In Borsa torna la volatilità”. “Mercati in preda alla volatilità”. “Sui mercati si vede di nuovo la volatilità”. Questi sono alcuni dei titoli che si leggono nelle cronache finanziarie ogni volta che qualche fattore interviene a spaventare i mercati. Ma la volatilità, per gli operatori più avvezzi al rischio, può anche essere un asset di investimento. Tuttavia, avvertono gli analisti di Morningstar, va trattata con estrema cautela.

Cosa è la volatilità

Il termine volatilità esprime la misura di quanto il valore di un investimento aumenti o diminuisca. Più è ampia e frequente la variazione del prezzo, più un titolo è considerato volatile.

La volatilità è tipicamente misurata dalla deviazione standard, cioè dall’oscillazione del prezzo rispetto al suo valore medio in un determinato periodo di tempo. Un valore più alto di questo indicatore implica una maggiore volatilità.

La volatilità di un investimento è legata all’incertezza sulle prospettive future di rendimento. I prezzi dei titoli azionari, ad esempio, sono molto più variabili di quelli delle obbligazioni. Questo perché le performance delle stock dipendono dai risultati dell’azienda che sono difficili da prevedere, mentre i bond offrono pagamenti futuri più sicuri.

La volatilità non è di per sé una cosa negativa. Se un risparmiatore è disposto ad accettare una maggiore fluttuazione del valore dei propri investimenti nel breve periodo, allora farà bene a investire in azioni poiché garantiscono un rendimento di lungo periodo largamente superiore a quello delle obbligazioni. Inoltre, le brusche virate al ribasso dei listini creano solitamente ottime condizioni per posizionarsi su titoli di qualità a prezzi molto convenienti. 

Quando si parla di volatilità bisogna anche ricordare il concetto di volatilità implicita, cioè la stima di quelli che saranno i prezzi nel prossimo futuro.

La volatilità come asset di investimento

Le strategie sulla volatilità trattano questo elemento come un asset class. “L’investimento da parte dei fondi specializzati avviene attraverso opzioni put e call su una serie di titoli sottostanti che fanno parte di un determinato paniere”, spiega Francesco Paganelli, Senior fund analyst di Morningstar.

Le opzioni sono dei derivati, cioè strumenti finanziari il cui valore come dice il nome deriva dal prezzo di titoli sottostanti. Si può intendere l’opzione come un contratto che si compra pagando un premio.

“Il contratto permette di esercitare il diritto di acquisto (opzione call) o di vendita (opzione put), del titolo sottostante, ad un prezzo prestabilito (detto strike price) ed entro una certa data di scadenza”, dice Paganelli. 

L’investitore effettua l’acquisto o la vendita solo se ne trae effettivamente vantaggio, ossia se entro la data di scadenza il valore di mercato dell’azione è andato al rialzo o al ribasso rispetto allo strike price. L’investitore non ha nessun obbligo di comprare o vendere se non gli conviene, ma il premio pagato non è più recuperabile. 

I fondi sulla volatilità

I fondi che investono nella volatilità, Morningstar li colloca nella categoria Alternative – Volatility. “Si tratta di strategie di nicchia i cui gestori fanno un lavoro più simile a quello di un hedge fund che a quello di un money manager tradizionale”, spiega Paganelli. “Hanno il vantaggio di dare diversificazione al portafoglio e di essere decorrelate dal mercato”. Presentano però anche diversi rischi. “Lavorare sulle opzioni è un lavoro complesso e, per un investitore medio, non è facile seguire cosa avviene all’interno di questi portafogli, anche perché il turnover delle azioni è molto alto. In generale, è un tipo di strumento che va bene per un investitore istituzionale. Un cliente retail dovrebbe, invece, dedicargli una quota residuale. Anche perché i costi sono significativi considerando la frequenza con cui questi money manager sono costretti ad aprire e chiudere nuovi contratti sulle opzioni”.

I fondi della categoria Morningstar Alt-Volatility

Dati in euro aggiornati al 27 aprile 2021

Fonte: Morningstar Direct

Investire sulla bassa volatilità

Un altro tipo di strategia quando si parla di volatilità è quella cosiddetta low volatility (che punta sulle azioni a bassa volatilità).

“Da tempo è stato dimostrato che, nella maggior parte dei mercati e nel lungo periodo, i portafogli di titoli a bassa volatilità danno rendimenti aggiustati per il rischio più elevati rispetto ai portafogli con titoli ad alta volatilità”, spiega Mathieu Caquineau, Associate director per la manager research di Morningstar.

Ma se è vero che le strategie a bassa volatilità stanno guadagnando fama tra gli investitori meno abituati al rischio, bisogna tenere conto che si portano dietro dei pericoli. “Scegliendo strumenti di questo tipo si decide di abbandonare determinati rischi di mercato per assumersene degli altri che potrebbero essere indesiderati”, dice Caquineau. “Queste strategie, ad esempio, fanno eccessivo affidamento sui dati del passato per avere indicazioni sui rischi futuri. La volatilità non tiene conto di altre informazioni che potrebbero essere disponibili su una società e non vi è alcuna garanzia che i titoli storicamente meno volatili continueranno a esserlo in futuro. Inoltre, possono comportare un rischio di concentrazione significativo, con forti sbilanciamenti verso i settori difensivi come i beni di prima necessità o le utility. Questo è il motivo per cui le strategie a bassa volatilità gestite attivamente incorporano misure di protezione dal rischio aggiuntive, come analisi sulla situazione macro e specifiche sulle società”.

I fondi low volatility

La selezione è stata fatta tra i fondi che hanno nel nome la dizione low volatility

Dati in euro aggiornati al 27 aprile 2021

Fonte: Morningstar Direct

Uno strumento per investire in titolo low volatility sono gli ETF strategic beta (o smart beta). Si tratta di strategie passive che superano le metodologie tradizionali a capitalizzazione e cercano sia di incrementare la performance, sia di modificare il livello di rischio relativo rispetto ai benchmark standard, rappresentando una via di mezzo nello spettro attivo-passivo.

“Gli Strategic beta seguono un indice che tenta di sfruttare gli stessi fattori considerati produttori di alfa che vengono presi di mira dai gestori attivi”, spiega Kenneth Lamont, Passive funds research analyst di Morningstar.

I cinque fattori sono:

  • Valore.
  • Momentum.
  • Dimensione.
  • Qualità.
  • Bassa volatilità.

“Ogni fattore ha le sue caratteristiche di investimento uniche”, dice Lamont. “Le strategie minimum volatility tentano di costruire un portafoglio con la volatilità più bassa in un dato universo. Gli investitori in questi strumenti fanno una scommessa implicita sulla qualità delle azioni presenti nel paniere, poiché anche i titoli a bassa volatilità tendono ad avere una leva inferiore e una crescita degli utili più stabile. Non sorprende che questo approccio favorisca le azioni più difensive”.

Di Marco Caprotti