È un mare pieno di incertezze quello in cui, secondo le case di gestione, si troveranno a navigare gli investitori a partire da gennaio 2022.

Inflazione

Il tema dominante dell’anno sarà l’inflazione, dopo le pressioni che si sono viste già nel corso di quest’anno in diverse parti del mondo. Secondo il dato preliminare sull'andamento dei prezzi al consumo nell'area euro a novembre 2021 di Eurostat, l'inflazione ha registrato un incremento annuale del 4,9%, dopo il +4,1% del mese precedente e rispetto al -0,3% dello stesso periodo del 2020. Negli Stati Uniti i prezzi al consumo sono saliti del 6,8% annuo il mese scorso. Il dato è in linea con le aspettative degli analisti, ma mostra un incremento dopo il +6,2% di ottobre, senza contare che è l’aumento maggiore dal 1982.

“Era prevedibile che le riaperture, unite ai problemi lungo le catene di distribuzione, avrebbero creato un contesto inflazionistico”, spiega William Davies, Vice chief investment officer globale di Columbia Threadneedle Investments. “Benché questo periodo transitorio stia durando più del previsto, restiamo dell'idea che l'inflazione sarà moderata nel corso del prossimo anno. Uno dei motivi è il miglioramento lungo la catena di distribuzione. Molti hanno sottovalutato la misura in cui le filiere avrebbero inciso sul contesto delle aziende. Se l'eccesso di ordinativi diminuirà, resterà il rischio di una recessione causata dalle scorte in alcune aree”.

Le banche centrali

Il tema dell’inflazione porta con sé quello dell’atteggiamento delle banche centrali. “Se esaminiamo le prospettive nel breve termine, la situazione si complicherà soprattutto per due istituti di politica monetaria con vincoli e preoccupazioni molto diverse: la Bank of England e la People Bank of China”, spiega Monica Defend, Global Head of Research di Amundi. “La prima deve combattere contro il rialzo dell’inflazione e probabilmente alzerà i tassi di interesse in un clima di incertezza derivante dalle ripercussioni della Brexit. La seconda sta cercando di non esagerare con la sua politica monetaria restrittiva per frenare il persistente indebolimento dell’economia”.

In Usa, intanto, la Fed ha comunicato chiaramente che darà via al tapering (il rallentamento, da parte di una banca centrale, del ritmo di acquisto di asset sul mercato). “Ma probabilmente incontrerà delle difficoltà a gestire le aspettative”, dice Defend. “Il rischio di una delusione dei mercati è alto. E il primo effetto negativo potrebbe essere sul dollaro”.

In Europa c’è attesa per le decisioni della Bce sulla transizione dal PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme) all’APP (Asset purchase programme) che potrebbe arrivare a cavallo della fine dell’anno. “La Banca centrale, tuttavia, cercherà di evitare le distorsioni di mercato”, dice Defend.

In generale, secondo la responsabile della ricerca di Amundi, le banche centrali stanno camminando sul filo del rasoio, intrappolate nella morsa di una crescita più lenta e di un’inflazione più alta. “Qualsiasi deviazione dalle forward guidance potrebbe infastidire gli operatori di mercato, che inizierebbero a scontare una potenziale perdita di credibilità delle banche centrali con conseguenze rovinose per i mercati finanziari”, spiega.

Europa e Usa

Restando nel Vecchio continente, gli occhi sono puntati sulla Germania (la prima economia della regione) dopo la nomina del nuovo cancelliere Olaf Scholz.

“Le politiche economiche del nuovo governo tedesco, daranno probabilmente il ritmo a tutta l’Europa e, implicitamente, alla Bce”, spiega Konstantin Veit, Portfolio Manager, European Rates di Pimco. “Crediamo che Berlino perseguirà una posizione fiscale un po’ meno dogmatica ed opterà per investimenti che modernizzino il paese e rafforzino la domanda interna. Tuttavia, non crediamo che la Germania passerà da fiscalmente conservatrice a progressista, né ci aspettiamo che abbia un deficit delle partite correnti”.

Secondo il gestore è probabile che la Germania mantenga il debt brake (la regola costituzionale istituita nel 2009 che limita il deficit strutturale del governo federale allo 0,35% del Pil). “Tuttavia, ci aspettiamo che Berlino cerchi un’interpretazione un po’ più flessibile delle regole fiscali”, dice Veit. “Questo manderebbe un segnale al resto dell’Europa, in particolare per quanto riguarda le riforme delle norme del Patto di stabilità e crescita dell’Ue”.

Per quanto riguarda l’Italia, l’attenzione è sul fondo Next Generation UE, il maxi piano per il rilancio dell’economia della regione travolta dalla crisi pandemica. L’Italia ha avuto accesso a una quota di 209 miliardi, una fetta che equivale al 27,8% dell’intero importo.

“Il fondo sarà un driver chiave della futura performance economica italiana”, spiega Valentijn van Nieuwenhuijzen, Chief investment officer di NN IP. “Le probabilità che Roma esca dalla trappola della bassa crescita in cui si è trovata negli ultimi 25 anni sono in aumento grazie a maggiori investimenti pubblici e a riforme strutturali ben mirate, come ad esempio quelle per rendere più efficiente il sistema giudiziario e la pubblica amministrazione e per migliorare il livello di digitalizzazione del paese, gli investimenti sul fronte del trasporto pubblico e su merci, la transizione verso l’energia rinnovabile. Mentre è in corso la transizione verso un percorso di crescita più elevato, è vitale però che i costi dei prestiti rimangano bassi”.

Spostando lo sguardo dall’altra parte dell’Atlantico, i gestori non nascondo una certa preoccupazione per la situazione americana. E non solo per l’aumento dell’inflazione. “La crescita degli utili aziendali nel 2021 è stata molto solida, grazie agli ingenti stimoli monetari e fiscali e alla scoperta dei vaccini anti-Covid. Ciò renderà probabilmente il 2022 un anno sfidante”, spiega Alex Tedder, responsabile dell’azionario globale e Usa di Schroders. “Il potere di determinare i prezzi sarà un fattore chiave nei prossimi 12-24 mesi. In questo contesto, vediamo rischi evidenti per l’azionario nel 2022, soprattutto considerando che le valutazioni sono relativamente elevate”.

Pericolo Omicron

L'emergere della variante Omicron, intanto, ha aggiunto una notevole incertezza sullo sviluppo della pandemia e sugli effetti che potrebbe avere sulle economie e sui mercati. “In generale noi vediamo due scenari”, spiega Yann Lepape, Senior Portfolio Manager di Vontobel. “Se emerge una nuova pandemia, allora una situazione di stagflazione è una quasi certezza. Se l'inflazione non decelererà come previsto nel 2022, le banche centrali dovranno essere più hawkish e frenare la crescita, che tornerebbe sotto le aspettative e potenzialmente rallenterebbe temporaneamente. Lo spread si allargherebbe ulteriormente, le curve si appiattirebbero e l'equity si contrarrebbe. D'altra parte, la variante potrebbe rivelarsi meno preoccupante delle ondate precedenti, grazie a misure di blocco di breve durata e a vaccini efficienti. Molti degli aspetti negativi potrebbero già essere prezzati in varie asset class”.

Parlando di incertezze è lecito chiedersi cosa accadrà in Cina dopo che il paese del Drago ha dimostrato di non riuscire più a correre come in passato. “L'esperienza della guerra commerciale con gli Usa e della pandemia di Covid probabilmente ha convinto i politici cinesi che la resilienza è più importante della velocità quando si tratta di crescita”, spiega Hui Shan, capo economista per la Cina di Goldman Sachs. “Poiché il presidente Xi mira ad assicurarsi un terzo mandato il prossimo anno, la leadership sembra avere una visione dello sviluppo ancora più a lungo termine rispetto a prima. In questo contesto, riteniamo che l'economia cinese si stia assestando in un nuovo regime in cui i responsabili politici accetteranno una crescita più lenta nel breve termine per un'economia più resiliente nel lungo periodo”.

Di Marco Caprotti