I prodotti d’investimento a basso costo, Exchange traded product (ETP) e fondi indicizzati non quotati, continuano a rosicchiare quote di mercato ai concorrenti active. Certo, l’industria europea dei fondi è ancora ampiamente dominata dai comparti gestiti attivamente con l’81% degli asset totali, ma la crescita della parte passiva negli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti, negli Usa (dove ormai sfiorano il 40% degli asset) come in Europa.

Secondo i dati di Morningstar, gli index fund europei (ETF inclusi) esprimono un tasso di crescita organica a un anno del 12%, contro il 7% dei fondi attivi (il tasso di crescita organica esprime i flussi in rapporto agli asset all’inizio del periodo preso in considerazione; dati a fine luglio 2021).

Raccolta netta mensile dei fondi europei (attivi vs. passivi, ETF inclusi)

Dati in euro al 31 luglio 2021. Fonte: Morningstar Direct.

Tasso di crescita organica mensile dei fondi europei (attivi vs. passivi, ETF inclusi)

Dati in euro al 31 luglio 2021. Fonte: Morningstar Direct.

Scendendo un po’ più nel dettaglio, vediamo come a fine luglio contiamo 3.086 prodotti indicizzati domiciliati in Europa (di cui 2.035 sono ETP), i quali hanno raccolto oltre 223 miliardi di euro nel periodo tra agosto 2020 e luglio 2021. Notiamo anche che, all’interno dell’universo della gestione passiva, gli ETP abbiano raccolto molto di più rispetto ai replicanti non quotati (140 miliardi contro 82), anche se quest’ultimi rappresentano un patrimonio gestito leggermente più importante.

Insomma, l’infatuazione degli investitori per gli ETF sembra continuare. Una tendenza che si riflette anche nel numero di prodotti disponibili e nei nuovi lanci. Gli asset gestiti dagli ETF sono in procinto di superare quelli dei fondi indicizzati tradizionali, segno che gli operatori apprezzano la flessibilità e la gamma di scelta offerta da tali strumenti.

A livello di asset class, gli ultimi 12 mesi sono stati più clementi rispetto alla tendenza di questi ultimi anni. Prendiamo il caso dei fondi azionari. Prima del 2020, per trovare un anno solare in cui i fondi azionari attivi abbiano raccolto più dei fondi azionari passivi bisogna tornare al 2013. E anche i flussi dell’ultimo anno dovrebbero essere messi in prospettiva: a fine luglio si contano in Europa 1.865 comparti equity indicizzati contro quasi 9.500 fondi azionari attivi. Insomma, la comprovata difficoltà del gestore azionario medio a battere il proprio benchmark sul lungo periodo e i costi di gestione particolarmente bassi ne fanno un’opzione convincente per un numero sempre maggiore di investitori.

Fratelli, non gemelli

Il successo della gestione passiva non deve però farci dimenticare che i replicanti quotati (gli ETF) e i fondi indicizzati tradizionali non sono la stessa cosa. Lo scopo  è comune (replicare la performance di un indice), ma con caratteristiche differenti. La distinzione sta nel fatto che il primo è un fondo quotato sul mercato e scambiato in tempo reale come un titolo azionario, mentre il secondo non è sul listino e le quote possono essere comprate o vendute quando si conosce il Nav a fine seduta.

Questo ha delle importanti conseguenze soprattutto per quanto riguarda i costi. In media, gli ETF presentano delle commissioni più basse rispetto ai fondi indicizzati, ma i replicanti hanno a che fare con una serie di spese legate proprio alla loro quotazione sul mercato, soprattutto in termini di costi di transazione (ad esempio a seguito del turnover dell’indice replicato), e dallo spread denaro-lettera del fondo quotato, che a sua volta dipende dalla liquidità del sottostante.

Non bisogna dimenticare infatti che gli ETF sono un’evoluzione dei fondi passivi, nati una ventina d’anni prima, ma che rispondono a un bisogno diverso. Mentre i primi comparti indicizzati nacquero come conseguenza ad alcuni studi che dimostravano che la maggior parte dei gestori di fondi non riuscivano a far meglio del mercato sul lungo periodo, gli ETF furono la risposta all’esigenza di molti investitori istituzionali di scambiare grosse quantità di azioni intra-day, soprattutto in momenti di forte volatilità.

Di seguito un confronto tra i dieci ETF e i dieci fondi aperti passivi che hanno raccolto di più nell’ultimo anno.

Di Valerio Baselli