Un altro mese positivo per il risparmio italiano che assorbe la crisi dei consumi imposta dalla pandemia e dai lockdown. L’industria censita da Assogestioni ha infatti registrato a febbraio nuovi afflussi per 2,1 miliardi di euro. In due mesi il sistema ha raccolto altri 14,6 miliardi di euro e il patrimonio gestito ha raggiunto la straordinaria cifra di 2.423 miliardi di euro, circa il 146% del Pil italiano nel 2020.

Febbraio però porta con sé performance divergenti tra i due protagonisti assoluti delle performance cronometrate dai gestori. Generali, infatti, leader del mercato con il 22,1% del patrimonio gestito ha visto deflussi per ben 2,6 miliardi di euro, mentre l’articolata realtà di Intesa Sanpaolo ha registrato afflussi per 392 milioni. Così i 518 miliardi di euro gestiti dal Leone di Trieste si avvicinano ai 512 gestiti da Intesa tramite Eurizon (nel mese +553 mln), Fideuram (+105 mln) e Pramerica (-266 mln).

Gli altri partecipanti a questa gara di cortile sono stati più che doppiati, come Amundi, che ha l’8,6% del mercato ma “solo” 202 miliardi di asset in gestione, anche se registra afflussi per 893 milioni nel mese di febbraio che ne fanno il vero protagonista italiano del periodo.

Segue da JP Morgan che incamera 834 milioni e si porta a 46,9 miliardi (appena il 2% del totale). Certo prima degli americani la classifica vede Anima, ma l’asset manager ha registrato deflussi per 221 milioni e ha un patrimonio gestito di 192 miliardi che ne fa il 4° gestore italiano. Ben lontano insomma da Generali e Intesa.

Poi viene Poste: il mese è andato bene, 240 milioni di euro in più e un patrimonio a 112,37 miliardi, appena il 4,8% del gestito nazionale però.

BlackRock non ha aggiornato i dati patrimoniali, era a 89,5 miliardi. Il gruppo Mediolanum ha invece registrato deflussi per 20 milioni anche se ha un patrimonio gestito da 57,14 miliardi.

Risparmio: dove vanno i soldi in questo periodo difficile

Un altro modo di vederla è invece per classifica di prodotto. Le gestioni collettive del risparmio hanno trascinato il mese con 2,18 miliardi di euro di raccolta, dopo i 5,12 di gennaio. Da sole coprono 1.211 miliardi di euro di patrimonio gestito, per oltre 1,14 trilioni collegato ai fondi aperti, veri protagonisti di febbraio con una raccolta di 1,95 miliardi dopo i 4,65 di gennaio.

Dentro i fondi aperti scoppiettano a febbraio (e non solo) i fondi azionari con una raccolta da ben 3,67 miliardi di euro, seguita da quella dei bilanciati (+1,24 miliardi) e di segno opposto ai deflussi dei fondi flessibili (1,25 miliardi di euro).

Va male alle gestioni di portafoglio, con deflussi per 89 milioni che comunque non intaccano il loro peso sul totale del patrimonio gestito, un bel 49,9% a 1,2 trilioni circa. Nelle gestioni di portafoglio si registrano peraltro performance di raccolta opposte tra retail, +483 milioni ma per un peso sul patrimonio di appena 139,7 miliardi, e istituzionali, che vedono il ritiro di 572 milioni con un peso di ben 1,06 trilioni di euro in termini di patrimonio gestito.

Tra più e meno, l’industria del risparmio sembra insomma molto solida e in buona salute nonostante la pandemia.

Risparmio: portafogli gonfi e gestioni cariche, ma non tutto va bene

Tutto bene allora? Niente affatto. Innanzitutto perché i portafogli di investimento, i fondi e tutto il resto si sono ingrassati di paura. “Nel corso degli ultimi trimestri il tasso di risparmio è pressoché raddoppiato, così come sono cresciute in maniera significativa le disponibilità liquide tenute in conto corrente - ha spiegato a metà gennaio Tommaso Corcos, presidente di Assogestioni oltreché ad e direttore generale di Fideuram - Ciò è dovuto, da un lato, alla volatilità dei mercati, e dall’altro al fatto che tutte le risorse che prima si riversavano nell’obbligazionario, a causa dei tassi d’interesse ai minimi e dei rendimenti molto contenuti, ora restano ferme”.

Insomma i portafogli sono carichi di paura e scarichi di rendimento, assorbono l’incertezza della pandemia e posizioni difensive.

Un’alta brutta malattia nel risparmio italiano è il nanismo: Generali e Intesa dominano, ma sono soltanto i re di un cortile. Basti pensare che Amundi da sola conta 1,729 trilioni di euro di asset in gestione, praticamente come se ci fossero un’altra Generali e mezzo in Italia, in mezzo ai due reucci.

Per non parlare poi di giganti USA come BlackRock, Vanguard, State Street, Fidelity… e via di gigantismi che rendono soltanto più piccola non soltanto l’industria italiana del risparmio, ma quella europea.

Vizi dell’incompleta unione bancaria? L’altra via al nanismo del Vecchio Continente? Un approccio diverso alla finanza? O semplicemente la mancanza di un’educazione finanziaria diffusa? Difficile trovare una risposta univoca. Tanto più nell’epoca dei pagamenti digitali, degli algoritmi di investimento, delle criptovalute etc. Insomma tutto cambia, ma i piccoli restano piccoli e la redditività dell’industria del risparmio in Europa rimane fiacca.

Risparmio: il caso italiano

L’Italia del risparmio è d’altronde un caso a parte, per molti versi, in Europa. Un altro report di Intesa sintetizza la reazione difensiva del risparmio italiano alla pandemia, che poi si traduce, in parte, nei portafogli degli asset manager, se calibrata con i bassi rendimenti dell’obbligazionario e quindi la povertà di attività investibili con rendimento accettabile fuori dall’azionario (e segnatamente dai superciclici come i titoli tech o della mobilità sostenibile). Nel comunicato su questa analisi si legge:

La pandemia fa esplodere il risparmio precauzionale. I depositi bancari crescono di 126 miliardi nei 12 mesi terminanti in settembre, nonostante una riduzione del PIL che dovrebbe essere valutata in circa 168 miliardi

In pratica l’allarme dettato dalla situazione sanitaria ha messo in difesa i risparmiatori spingendoli a un accumulo di liquidità che solo in parte è giustificato con la tradizionale eccezionale propensione al risparmio degli italiani ed è incoraggiato dal clima di incertezza.  La propensione al risparmio sale dall’11,8 al 20 per cento, ma “non è fisiologica”, sconta invece un trend fortemente accelerato dalla pandemia. La propensione al risparmio è calcolata con il rapporto tra risparmio e redditi ed è un forte indicatore della fiducia delle famiglie. “La pandemia ha inciso sui redditi”, inoltre ha “congelato i piani di acquiisto e di investimento dei privati, aumentando la liquidità”, aggiunge il report di Intesa. Risorse congelate che non producono Pil e potrebbero rappresentare una leva incredibile per la ripresa, se fossero liberate con politiche affidabili e interventi concreti.

Se nel 2021 i due terzi di questa riserva supplementare fossero rimessi in gioco, potrebbero triplicare la capacità di attivazione della ripresa innescata dal primo anno del Recovery Fund e potrebbero rendere realistica la prospettiva di una ripresa

Gli obiettivi dei risparmiatori sarebbero insomma tre: in ordine sicurezza, liquidità e rendimento a lungo termine, che però copre solo il 26% del campione. Il mattone resta privilegiato, con il 58% del patrimonio delle famiglie impiegato in case.

Le ragioni del risparmio sono un po’ quelle di sempre, un po’ no. Superare l’incertezza del futuro, pagare l’anticipo per l’acquisto di una casa nuova, ma anche sopperire ai bisogni della terza età o supportare i figli. I mix cambiano anche con le fasi di una vita: il risparmio per i figli ha il picco tra i 45 e i 54 anni; alla casa si pensa soprattutto tra i 25 e i 34 anni; il risparmio precauzionale esplode quando si hanno incertezze sul lavoro o all’inizio della vita attiva (18-24 anni, in singolare parallelismo con i timori per la precarietà); gli investimenti o le assicurazioni di tipo previdenziale sono tipiche delle fasce di reddito più elevate.

Sugli investimenti puri, Intesa rileva che le obbligazioni, un tempo nave ammiraglia del risparmio, mostrano un certo calo: coloro destinano più del 30% del proprio patrimonio sono una percentuale in calo dal 2015. Facile spiegare la cosa con i “tassi a zero” che comprimono i rendimenti e suggeriscono altre soluzioni, ma va anche evidenziato che è dal 2011 che i depositi crescono (sono aumentati di quasi un quarto fino a prima della pandemia e dopo hanno accelerato) mentre le obbligazioni hanno perso peso passando dal 15,9% della raccolta nel 2011 al 2,6% appena a fine 2019. Gli asset manager dovranno confrontarsi con un Paese disomogeneo (il 60% del patrimonio di famiglie private è in quattro regioni del Nord), con la sfida tecnologica che moltiplica i canali di comunicazione con i clienti, influenza il mercato, mette in gioco “diavolerie” come la robo advisory. Per i gestori la Mifid II impone un cambiamento che potrebbe penalizzare il business con la maggiore trasparenza sui costi e possibili impatti sulla voce dell’inducement. L’invecchiamento della popolazione potrebbe inoltre suggerire nuovi obiettivi di investimento.

Di certo se si guardano le tabelle di Assogestioni si nota un balzo degli asset in gestione censiti da 2,3 a 2,41 trilioni di euro. Più di 100 miliardi di euro affidati ai gestori del risparmio, in un’epoca che ha tanto bisogno di economica reale.

Certamente nel novero delle sfide del 2021 bisognerà mettere anche questa.

(Giovanni Digiacomo)