Si può parlare (in termini ultra positivi) di un caso Apple? Certamente sì, visto che la società non ha risentito della crisi Covid e detiene liquidità per quasi 200 miliardi di dollari. Inoltre sta diventando l’azione dei cassettisti di mezzo mondo, per tre motivi:

  • la sua solidità è ormai superiore a quella di molti singoli Stati, a cominciare dalla stessa Italia, con una capitalizzazione di Borsa di oltre 2.000 miliardi di dollari, traguardo che ormai qualcuno dà per bruciato al rialzo. Si parla infatti del prossimo obiettivo a 3.000 miliardi, grazie a un nuovo superciclo di sviluppo del business, favorito dal successo di iPhone12. Quando potrebbe avvenire? Addirittura nel corso di 12-24 mesi;
  • l’entrata in scena nel settore automobilistico rappresenterà un forte motivo di accelerazione del fatturato e si prevedono per di più profitti importanti dal nuovo raggio d'azione della guerra tecnologica, quello delle quattro ruote elettriche e a guida autonoma. Si ipotizza un affare da 10 trilioni di $, sebbene occorrerà attendere ancora alcuni anni;
  • la montagna di liquidità su cui siede il gruppo di Cupertino porterà certamente a dei “buyback” e non marginali.

Eppure c’è un motivo di delusione

Tutto bene quindi? Sì, salvo un aspetto, quello del dividendo. Eppure qualcosa si sta muovendo anche in tale ambito. Indiscrezioni ipotizzano che Apple possa accedere in futuro al ristretto cerchio dei “Dividend Aristocrats”, cioè delle leader di Wall Street con progressivo aumento della distribuzione di profitti per 25 anni consecutivi. Per arrivarci ci vorrà del tempo ma quanto oggi importa è l’intenzione più che il risultato concreto. Se infatti i vertici della società si muovessero in questa direzione scatterebbe un quarto motivo per i cassettisti di puntare ancor più con fiducia sull’azione dal marchio della mela. Un trend in tal senso è d’altra parte già stato attivato da alcuni anni. Lo dicono i numeri. Consideriamo come base di partenza il 2014: allora furono versati 0,47 $, come distribuzione trimestrale dell’anno fiscale; nel 2015 l’importo salì a 0,52 $, nel 2016 a 0,57 $, nel 2017 a 0,63 $, nel 2018 a 0,73 $, nel 2019 a 0,77 $ e infine nel 2020 a 0,82 $. Si tratta di scatti medi del 10% di anno su anno, salvo nel 2020 quando l’aumento si è limitato al 6%. Il primo dividendo del 2021 (data “ex” il 5 febbraio e data pagamento l’11 febbraio) si è attestato a 0,205 $, un po' inferiore alle stime che lo davano fra 0,21 e 0,22 $. È evidente come l’importo sia cresciuti nel tempo ma abbia risentito della corsa in Borsa, con uno yield che resta basso, ovvero sullo 0,60-0,70%.

Poco importa però 

Il rendimento assoluto rimane certamente modesto ma non è un fatto significativo in presenza di una quotazione in continua crescita. L’importante è stabilire se il movimento all’insù del dividendo, penalizzato solo dalle vicende Covid nel 2020, possa proseguire con la stessa forza evidenziata negli ultimi anni. Le prospettive in tal senso ci sono e l’intenzione della società di garantirle pure. Quanto interessa non è quindi valutare il valore assoluto dello yield – che probabilmente non crescerà significativamente – ma sfruttare ogni occasione di debolezza per finalizzare un investimento su una società che assicurerà dividendi in crescita in presenza di un parallelo aumento delle quotazioni. Il “mix” potrebbe essere eccellente e costituire ancora una volta una solida ancora nei mari procellosi dei mercati azionari.