Un po' dimenticata ecco una leader del passato che guarda al futuro. Si tratta di IBM, International Business Machines Corporation (ticker IBM/Nasdaq – ultima quotazione ieri 143 $), considerata la più antica fra le società informatiche del mondo. Produce e commercializza infatti hardware, software per computer e middleware, offrendo infrastrutture, hosting, cloud computing, intelligenza artificiale, quantum computing e consulenza in tutti questi campi. Quando gli anziani di oggi erano giovani si parlava già di IBM e il relativo titolo fu uno dei primi di Wall Street a essere trattato dagli italiani. Poi le varie Apple, Microsoft, Intel e tante altre società l’hanno spiazzata. Eppure…

Si adatta a tutti, trader e investitori

Al contrario delle big tech Usa citate l’azione IBM non ha galoppato all’impazzata negli ultimi dieci anni ma da molte settimane sembra aver montato un turbo, conformandosi a tutti i tipi di operatività di Borsa:

  • va bene per i trader, pur con una volatilità media non esasperata sul 30%, che risulta però talvolta elevata in intraday;
  • si adatta a chi punti su titoli non troppo forti ma dalle potenzialità ancora parzialmente inespresse, come dimostra il grafico;
  • conviene a chi sia un accumulatore di dividendi.

Un’“aristocratica” destinata a restare tale

In effetti il rendimento da distribuzione degli utili ne fa una storia particolare: si attesta attualmente al 4,6% contro un valore medio della tecnologia Usa allo 0,77%. Con un simile divario è il caso di domandarsi il perché di tanta generosità. Ancor più considerando che negli anni il fatturato globale è sceso e non di poco, con un impatto inevitabile sui profitti, che in un decennio si sono ridotti di due terzi. Sulla solidità del dividendo si è allora aperto un confronto fra chi lo sostiene difficilmente sostenibile e chi invece lo valuta un punto forte insostituibile nella strategia di IBM. Si consideri infatti che la società è una delle 18 che negli Usa ha continuato a pagare consecutivamente dividendi per oltre 100 anni e che appartiene alla ristretta selezione delle “dividend aristocrats”, cioè delle corporate in lento ma progressivo incremento di distribuzione negli ultimi 25 anni. Potrebbe rinunciare a queste “medaglie” proprio ora che le nuove strategie si stanno rivelando vincenti, con cessioni di attività meno remunerative, focalizzazione su nuovi business e riduzione della leva finanziaria? Sarebbe un grave insuccesso per un’azienda il cui management è impegnato – fra gli obiettivi principali – a difendere i dividendi per differenziarsi sui mercati da concorrenti convinte fautrici della detenzione di cash e della realizzazione di “buy back”. 

Quel rapporto piace

Il free cash flow, differenza tra flussi di cassa in entrata da attività operative e flussi di cassa in uscita per investimenti, rapportato al dividendo versato resta uno dei più interessanti del contesto e garantisce una potenziale continuità nel tempo della distribuzione di profitti. I critici osservano però che il payout è storicamente elevato, soprattutto rispetto alla media del settore, il che espone IBM a un’eventuale revisione nella sua politica dei dividendi in presenza di crisi economiche. Entrambe le valutazioni – quella positiva e quella negativa – hanno ragioni per essere comprovate ma la ristrutturazione in corso del gruppo dà forse più ragioni alla prima. 

Obiettivo 151 e poi…

L’accelerata manifestata da novembre sta portando il titolo verso una quota molto importante, quella dei 151 $, che corrisponde ai massimi già testati nel 2018 e all’inizio del 2020. Lì si giocherà la possibilità di salire nell’area dei 156-161 $. La situazione in corso appare costruttiva e molti indicatori tecnici sono bene impostati ma uno “stop loss” sui 130 si impone, da adeguare via via, soprattutto se si dà fiducia ai target più ottimistici, che vedono IBM addirittura a 200 $. Euforia eccessiva? Nel contesto festoso di Wall Street tutto è possibile, anche i miracoli.